È un atto d'amore incondizionato, senza "se" e senza "ma", quello che nel cd J'ai deux amours Dee Dee Bridgewater dedica a Parigi e alla Francia. Si tratta del sentito ringraziamento rivolto a quella che lei considera la sua seconda patria, in cui ha vissuto dal 1986 al 1999 e che le ha regalato nuova linfa e nuovi stimoli, nella vita privata come in quella artistica; un omaggio musicale alla Terra d'Oltralpe, alla sua cultura, alla sua lingua e alle sue tradizioni, in cui non è difficile scorgere l'ombra lunga di figure leggendarie come Joséphine Baker o Edith Piaf. La cantante americana reinterpreta così undici evergreen riconducibili all'arte senza tempo di Jacques Prevert, Charles Trenet, Jacques Brel o Léo Ferré, spaziando tra capolavori come La mer, Que reste-t-il de nos amours o Les feuilles mortes; lasciando per un attimo in sospeso i fasti di una luminosa carriera che l'ha vista esibirsi al fianco di grandi nomi del jazz come Sonny Rollins, Dizzy Gillespie, Dexter Gordon e Max Roach o in prestigiose sale da concerto quali il Concertgebouw di Amsterdam e la Grosse Festspielhaus di Salisburgo. Questa incursione nell'universo della chanson d'autore dovrebbe infatti rappresentare il primo progetto discografico di una trilogia che prevede anche un album "africano" e uno "latino", ma che stenta a prendere il volo soprattutto per via di alcuni arrangiamenti un po' pesanti e "fuori tema", come l'orientaleggiante adattamento di Ne me quitte pas (con tanto di oud e percussioni esotiche) o la versione "tribale" de La vie en rose. Quella di madame Bridgewater rimane pur sempre una "signora" voce, che si addentra con molta eleganza e fin troppa leziosità tra le pieghe di un repertorio senza dubbio affascinante; forse un po' di genuino feeling "stelle e strisce" avrebbe reso il tutto più autentico e originale.
|