Speaker’s Corner è un angolo di Hyde Park, a
Londra; lì, da una sedia o da un palchetto improvvisato, si
può esporre liberamente agli astanti il proprio punto di vista.
Questa rubrica vuole riprendere tale filosofia e rappresentare un luogo in
cui parlare di musica a 360°: presentando cd, libri, concerti e altro,
allargando la visione non soltanto al mondo ‘classico’, ma a
tutto quell’ambito musicale che gli anglosassoni chiamano
‘popular music’.
Bernstein: West Side Story Suite (arr. Marco Pierobon) Barber: Adagio for Strings (arr. Stephen McNeff) Williams, Goldsmith, Horner, Arnold: Space Brass (arr. Marco Pierobon) Williams: Indiana Jones - Main Title Theme (arr. Marco Pierobon) Elfman (b. 1953): The Simpsons Theme (arr. Marco Pierobon) Micalizzi and Ohno: Lupin III - Main Title Theme (arr. Marco Pierobon)
La Naxos è un'etichetta che sa affiancare a rigorose scelte di stampo classico progetti bizzarri ma non per questo dotati di minor fascino. È questo il caso di Moviebrass, album del Gomalan Brass Quintet che si spiega già nel titolo: arrangiamenti per ottoni di musiche a dominante filmica e dal forte appeal pop. Si inizia infatti con un capolavoro del musical americano diventato poi classico cinematografico: West Side Story di Leonard Bernstein, del quale l'ensemble italiano esegue – arrangiate da Marco Pierobon, membro del quintetto – le Symphonic Dances del musical con interpolazioni dallo spartito per canto e pianoforte. Si continua con l'Adagio per archi di Samuel Barber, dal Quartetto per archi n.1 op. 11, arrangiato da Stephen McNeff: un altro brano entrato nella coscienza collettiva grazie anche all'uso fattone in Platoon di Oliver Stone e Elephant Man di David Lynch. Seguono successivamente nomi noti e meno noti della composizione di musiche per film hollywoodiani, quali John Williams (Indiana Jones, Superman, E.T., Close Encounters of The Third Kind), Jerry Goldsmith (Star Trek) , David Arnold (Indipendence Day) e James Horner (Apollo 13), tutti arrangiati da Pierobon per quintetto di ottoni. Infine si chiude strizzando l'occhio agli appassionati di cartoni animati con il tema di The Simpsons e un medley delle due versioni – italiana e giapponese – di Lupin III. È affascinante notare come certi brani brillino, al di fuori del loro contesto originale, di nuova inaspettata luce: chi si ricordava che il tema di Apollo 13 sapesse essere a un tempo così solenne e dolente? Non tutto funziona sempre a dovere – la citazione dell'attacco di Also Sprach Zarathustra con il tema di Superman avrebbe avuto un altro effetto con le abituali percussioni – ma nel complesso i componenti di Gomalan Brass Quintet sanno compensare la mancanza di un'intera orchestra in un album che concilia atmosfere diverse con accostamenti coraggiosi e scelte nient'affatto scontate.
Francesco Fusaro
Recensione: Maggio 2010
Carlo Aonzo & Elena Buttiero Fantasia Poetica
Record Label: Carlo Aonzo, Elena Buttiero
distr. http://www.cdbaby.com/cd/aonzobuttiero2
GIUDIZIO:
IL CONTENUTO:
Beethoven: Adagio in E flat major / Sonatina in C major / Adagio in C minor Munier: Capriccio Spagnuolo op. 276 / Filologie Musicali: I. L'Amore op. 194 / Filologie Musicali: II. Il Dolore op. 195 / Filologie Musicali: III. Il Piacere op. 196 Calace: VI Mazurka op. 141 / Fantasia Poetica op. 56 / Primo Bolero op. 26 Bruzzone: Da Un Balcone Ungherese - Czardas
Molti generi musicali facenti parte dell'universo della cosiddetta musica extracolta (accontentiamoci di questa definizione poco felice) sopravvivono al di fuori dei grandi circuiti tradizionali di produzione e distribuzione grazie al fenomeno dell'autoproduzione. Fenomeno che esiste anche nel mondo della musica colta e di cui raramente si sente parlare, ma grazie al quale gli ascoltatori entrano in possesso di registrazioni curiose dedicate a repertori poco conosciuti o praticati. È il caso di questo nuovo lavoro di Carlo Aonzo e Elena Buttiero intitolato Fantasia Poetica e dedicato al repertorio per mandolino e pianoforte, operazione interessante per accostarsi a uno strumento così quintessenzialmente italiano da essere divenuto persino stereotipico (inutile ripetere gli altri elementi della macchietta). La registrazione si apre con tre composizioni di Beethoven scritte durante il breve soggiorno a Praga che rappresentano cronologicamente – siamo nel 1796 – il tramonto di quella prima moda del mandolino che bei frutti aveva dato in ambito operistico, e non solo. In queste pagine il compositore di Bonn seppe far convivere in modo affascinante spleen teutonico e partenopeo grazie al trattamento paritario del pianoforte e del mandolino. Il nucleo centrale del cd è invece dedicato ai due più grandi virtuosi dello strumento della fine del XIX secolo: Carlo Munier e Raffaele Calace, figure di spicco del secondo periodo di interesse per il mandolino sia in ambito folklorico – in questo periodo la canzone napoletana prende lo slancio verso la consacrazione internazionale – che in ambito colto. Le piacevoli pagine scritte dai due napoletani – dove è ben più presente il caratteristico tremolo dello strumento – si situano con agilità tra i due mondi, senza disdegnare neppure frizzanti accenti esotici, tra una Mazurka, un Bolero e un Capriccio Spagnolo. Chiude il disco Nicodemo Bruzzone, compositore e didatta ligure attivo nel secolo scorso, con un brano in forma di danza ungherese (la celebre csárdás) che testimonia il rinnovato interesse nei confronti del mandolino perdurante anche in questi ultimi anni: pensiamo per esempio al virtuoso israeliano Avi Avital, classe 1978. Così, grazie alla pulizia e al garbo di Carlo Aonzo e Elena Buttiero ci troviamo tra le mani un interessante oggetto sonoro di piacevolissimo ascolto con il quale, per un momento, ci sembra di poter dimenticare certi discutibili flirt musicali partenopei a opera di eminenti esponenti del nostro Paese.
Francesco Fusaro
Recensione: Aprile 2010
Jimi Hendrix Valleys of Neptune
Sony Legacy, 2010
GIUDIZIO:
IL CONTENUTO:
Stone Free / Valleys Of Neptune / Bleeding Heart / Hear My Train A Cominx / Mr. Bad Luck / Sunshine Of Your Love / Lover Man / Ships Passing In The Night / Fire / Red House / Lullaby For The Summer / Crying Blue Rain
Uscito nell'anno del quarantesimo anniversario della scomparsa del chitarrista-compositore di Seattle, l'atteso nuovo cd di inediti hendrixiani Valleys of Neptune è una raccolta di 12 brani di notevole interesse. Non si tratta di un album nel vero senso del termine. Non è paragonabile al precedente First Rays of the New Rising Sun, uscito nel 1997 anch'esso sotto l'egida della Experience Hendrix LLC (la società nata con lo scopo di preservarne l'eredità), disco che avrebbe potuto essere il suo quarto album in studio. Valleys of Neptune non è un'opera discografica unitaria e compiuta, ma una compilazione di brani inediti, versioni differenti di classici e cover, materiale che Hendrix avrebbe poi sviluppato in studio o nelle esibizioni live. Il disco prevalentemente incentrato su registrazioni effettuate tra gli Olympic Studios di Londra e i Record Plant Studios di New York nel 1969, periodo che segue l'ultimo capolavoro in sala di registrazione pubblicato in vita da Hendrix, Electric Ladyland, presenta anche una traccia del 1967 (sessions di Axis Bold As Love) ed il brano che dà il titolo al disco, ultimato nel maggio del 1970. Il progetto discografico è stato curato tra gli altri dal leggendario ingegnere del suono Eddie Kramer (con Hendrix dal primo lavoro Are You Experenced?) che ha contribuito a dare nuova luce alle registrazioni originali con un mixaggio attuale e fresco. La filologia è stata rispettata quasi in toto; solo in due brani (Mr. Bad Luck e Crying Blue Rain) sono state aggiunte in overdub basso e batteria, registrate nel 1987 da Noel Redding e Mitch Mitchell, che hanno sostituito le proprie parti originali, ritenute insoddisfacenti. Sorvolando sui comprimari di contorno (citiamo solo il percussionista Rocki Dzidzornu, quello dell'elettrizzante ordito ritmico di Sympathy for the Devil dei Rolling Stones), l'asse principale del gruppo che accompagna Hendrix è formato dalla classica copia della Jimi Hendrix Experience o, in alternativa a Redding, ma sempre accanto al fidato Mitchell, il bassista Billy Cox (l'ultimo dei musicisti di Hendrix ancora in vita). Valleys presenta sia classici rivisitati come l'incendiaria Fire o come Stone Free, che apre magnificamente il disco, con Roger Chapman dei Family ai cori, la mitica Red House, uno dei vertici del blues hendrixiano, sia cover di artisti che Hendrix amava come Bleeding Heart di Elmore James o Sunshine of Your Love dei Cream in versione strumentale, un brano che era entrato prepotentemente nelle sue performance dal vivo (lo si ascolta nello splendido Live at Winterland del 1968). Altre gemme blues oriented sono Lover Man e Hear My Train A Comin' (già apprezzata in veste acustica nell'album Blues), quasi una versione alternativa di Voodoo Chile. Valleys of Neptune, la title track, appare in questa sede per la prima volta in una versione con band al completo (un estratto era stato incluso in Lifelines del 1990, uscito ormai dal mercato). Altro inedito è Ship Passing Through The Night, che più tardi diventerà Night Bird Flying;da notare qui il finale nel quale Hendrix anticipa di un decennio gli stilemi di un altro guitar hero, Eddie Van Halen. E ancora la già citata Mr. Bad Luck (aka Look Over Yonder), la frizzante Lullaby For The Summer (fondamentalmente una versione strumentale di ciò che si ritroverà più elaborato e rifinito in Ezy Rider) e Crying Blue Rain che appare più un tentativo, seppur eccellente, che un risultato musicale definitivo. È stato notato da alcuni critici, non senza qualche ragione, che questo disco più che aggiungere nuove prospettive del genio hendrixiano, conferma tuttalpiù ciò che già si conosceva. Più blues che psichedelia, il disco non presenta materiale assolutamente nuovo dal punto di vista compositivo ed è in sostanza una raccolta di brani autoprodotti, concepiti come abbozzo di futuri progetti in studio o come palestra per testare versioni da eseguire in concerto. Da qui è necessario partire per dare una valutazione su Valleys of Neptune che, a nostro avviso, è un disco interessante e godibile, non solo per i fans hendrixiani. Anche senza offrire dimensioni inaudite, le conferme, nel caso si tratti di Jimi Hendrix, sono più che sufficienti.
Giuseppe Scuri
Recensione: Aprile 2010
Kori Linae Carothers Trillium
Kori Linae Carothers, 2009
GIUDIZIO:
IL CONTENUTO:
Crystal Fields / Blue Ice / A Roses Tale / Midnight / Nez Perce / Tangled Up / Dancing in the Clouds / Nantucket / The Long View / Carpe Diem / 3 Degrees
È stato registrato presso gli Imaginary Road Studios, leggendario luogo dove vengono realizzati progetti di alto spessore, intrisi di atmosfere evocative create dall’unione fra melodie acustiche ed elettronica. Progetti di cui è artefice il noto William Ackerman, la mente che ha dato vita alla storica Windham Hill Records. Anche questa volta, con Trillium, il padre della cosiddetta “musica della nuova era” è riuscito a far esternare le qualità migliori dell’artista, valorizzandone lo stile. In realtà, ci ha messo solo l’esperienza di produttore, perché le 11 tracce dell’album sono state interamente scritte dalla brava pianista Kori Linae Carothers (http://www.koritunes.com), che ha già all’attivo The Journey e The Road Less Travelled, lavori strumentali come quest’ultimo cd. Ogni brano ha la capacità di rievocare immagini, alimentare emozioni e trasportare la fantasia verso ambienti lontani dal grigiore urbano e dal freddo materialismo che crea solo aridi deserti nell’anima. In Blue Ice riecheggiano vaghe reminescenze dei suoni visionari di Vangelis. Kori Linae Carothers riesce però ad andare oltre le suggestioni ambient di uno dei fondatori dell’elettronica, aggiungendo arrangiamenti ricercati, che danno vita a vasti spazi dove poter sentirsi liberi attraverso la forza dei suoni. Particolarmente intensa è Midnight che inizia con il lirismo del flicorno di Jeff Oster, musicista notevole, che ha la capacità di comunicare un profondo linguaggio emozionale. Questa traccia, delicata e al contempo trascinante, è un piccolo gioiello, reso prezioso dal perfetto interplay – quasi commovente – tra piano, flicorno e il violoncello (Eugene Friesen). Nez Perce evoca l’importanza della cultura dei Nativi d’America e della loro concezione esistenziale in totale armonia con la Madre Terra. Altrettanto coinvolgente è “Dancing in the clouds”, in cui ancora il tocco di Jeff Oster si fonde perfettamente nelle atmosfere sprigionate da piano, percussioni (come il djembé suonato da Jeff Haynes), chitarra elettrica (T Bone Wolk), basso (Jeff Silverman) e batteria (Jim McCarty). La dimensione più introspettiva la si ritrova in The long view, in cui appare la chitarra di Ackerman, come pure in Carpe Diem, dove aleggiano gli eterei vocalizzi di Aeone che ricordano vagamente le suggestioni dei Cocteau Twins. Trillium è un omaggio alla poesia interiore, ai sentimenti, ed è dedicato a quegli spiriti un po’ sognatori e idealisti che guardano alla vera essenza della vita, alle profondità dei rapporti e alla bellezza della natura. Kori Linae Carotherscon questo terzo album, ispirata dai paesaggi della California del Sud, si conferma una musicista sensibile, indipendente – ha creato una sua etichetta per sganciarsi dai dettami di certi oscuri personaggi del mondo discografico – e di assoluto talento.
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