Speaker’s Corner è un angolo di Hyde Park, a
Londra; lì, da una sedia o da un palchetto improvvisato, si
può esporre liberamente agli astanti il proprio punto di vista.
Questa rubrica vuole riprendere tale filosofia e rappresentare un luogo in
cui parlare di musica a 360°: presentando cd, libri, concerti e altro,
allargando la visione non soltanto al mondo ‘classico’, ma a
tutto quell’ambito musicale che gli anglosassoni chiamano
‘popular music’.
Trilok Gurtu Massical
BHM production GmbH /distr. Family Affair, 2009
Ci sono album che si comprendono all’istante, perché di facile presa o perché privi di particolari elaborazioni musicali. Altri, invece, si metabolizzano lentamente, ascolto dopo ascolto, poiché intrisi di sottili atmosfere sonore, che abbracciano vari stili e differenti culture. Massical, nuovo progetto firmato dall’eclettico Trilok Gurtu, a nostro avviso rientra in questa seconda categoria. Bisogna assaporarlo più volte per capirlo sino in fondo ed elevarsi ad un livello alto, in un panorama musicale che talvolta appare saturo di produzioni concepite in funzione delle vendite. Quando si parla del virtuoso di tabla − nato a Bombay (oggi Mumbai), nel 1951 − non si corre mai il rischio di cadere nella mediocrità, come conferma quest’ultimo lavoro, prodotto dallo stesso Gurtu in collaborazione con il compositore, arrangiatore, violinista Carlo Cantini. Ogni traccia rivela una storia, trasmette emozioni viscerali e ognuna rappresenta una porta che dischiude realtà lontane o vicine, a seconda della nostra prospettiva. Il respiro dell’energia indiana vibra nel ritmo delle percussioni di Gurtu, e nella danza delle sue mani, che danno voce a tabla, djembe, kalimba, talking drum, cajon, udu. Forte è il richiamo alla sua terra d’origine, non solo dal punto di vista strumentale e degli accordi, ma anche nei temi che hanno ispirato i vari brani, a cominciare da “Dive in”, splendida composizione dal tocco struggente, per effetto dell’intreccio fra violino e sarangi, uno dei più noti e antichi strumenti indiani, capace di esprimere e toccare i meandri dell’anima. “Kuruksetra” è un chiaro riferimento alla Bhagavad Gita, testo sacro induista, in cui la narrazione epica − basata sul discorso del dio Krishna ad Arjuna, tenuto prima della battaglia − nasconde profondi insegnamenti spirituali, nonché etici. Per un ascoltatore occidentale o comunque lontano dalla cultura indiana è difficile comprendere pienamente tutte le sfumature racchiuse in Massical, al cui interno troviamo veri e proprio masterpiece, come “Pathri”, il cui titolo indica il piccolo villaggio in cui è nato Siddharameshwar Maharaj (1888-1936), filosofo assertore della non-dualità dell’esistenza, figura importante per Trilok Gurtu. Nell’album ci sono anche reminescenze dell’Africa del Nord (in “Mumbai Shuffle”), poiché forti sono i parallelismi tra i ritmi del Maghreb e quelli del subcontinente indiano, aree accomunate dall’uso di svariate percussioni, tra cui la tabla. Se intenso è l’influsso dell’India, Massical non è affatto un album di musica indiana, come non lo sono i precedenti lavori di Gurtu. Pur avendo punti di riferimento nella tradizione sonora della sua terra, il virtuoso dipercussioni ha sempre cercato di creare un incontro di stili e culture nelle sue composizioni. Le classiche definizioni di genere per lui non esistono, così come le frontiere geografiche sono pure astrazioni concepite solo per superarle. Lo dimostrano tracce come “Bridges”, “Etnosur” e “Massical”, capolavori che diffondono note di tolleranza e fratellanza fra i popoli. La musica di Trilok Gurtu è un ponte che collega luoghi e genti, tra loro distanti e differenti, ma pur sempre abitanti di un unico mondo. Questo linguaggio globale è percepibile dal coinvolgimento dei musicisti presenti in questo progetto: Ravi Chari, Roland Cabezas, Nitin Shankar, Phil Drummy, Johan Berby, Dilshad Khan, gli italiani Stefano dall’Ora, Mauro Ottolini, Massimo Greco, il già citato Carlo Cantini e il virtuoso sassofonista norvegese Jan Garbarek. Lo arricchiscono le vocalist Kalpana e Sabine Kabongo. Massical è un album per chi sa andare oltre steccati nazionalistici e abbraccia una visione ampia della realtà in cui viviamo. Ancora una volta la musica si dimostra un territorio di migranti, legati sì alla propria identità d’origine, ma aperti al dialogo, al confronto, alla costruzione di spazi sonori fondati sulle differenze. Chi crede ancora in un mondo non multietnico è fuori dal mondo reale. Massical esprime questa prospettiva esistenziale. Come si legge nel booklet del cd, la musica è un grande medium in grado di avvicinare gli uomini, “trasformando il mondo in un posto migliore in cui vivere”. E nelle note di “Bridges”, dove sax, violino, santoor e percussioni si stringono in un abbraccio corale, Trilok Gurtu sottolinea “Io credo nella costruzione di ponti, non di barriere”.Massical comunica questo e altro ancora...
Silvia Turrin
Recensione: Maggio 2009
The Idan Raichel Project Within My Walls
Cumbancha /distr. Family Affair, 2009
GIUDIZIO:
IL CONTENUTO:
Todas Las Palabras (All the Words) / Bein Kirot Beiti (Within My Walls) / She'eriot Shel Ha'chaim (Scraps of Life) / Mai Nahar (River Waters) / Chalomot Shel Acherim (Other People's Dreams) / Ôdjus Fitxadu (With My Eyes Shut) / Shev (Stay) / Rov Ha'sha'ot (Mout of the Hours) / Min Nhar Li Mshiti (From the Day You Left) / Cada Día (Every Day) / Hakol Over (This Too Shall Pass) / Nin'al Be'mabato (Locked in His Gaze) / Maisha
«La nostra abilità di vivere in pace l’uno con l’altro dipende dalla nostra abilità di imparare ad apprezzare e rispettare le nostre differenze. La via del futuro è di non cercare di cambiare il tuo vicino, ma di accettarlo così com’è ed accettare che tutti noi cerchiamo le stesse cose nella vita: pane, acqua, spirito, rispetto e amore». Con questa convinzione nell’anima, il giovane, talentoso e sensibile Idan Raichel, tastierista e songwriter, è tornato con il nuovo Within My Walls (pubblicato a marzo in Italia e distribuito dall’etichetta milanese Family Affair, ma uscito già alla fine del 2008 in Israele). Disco che, come i precedenti, trae linfa vitale dai differenti linguaggi espressivi che colorano il nostro pianeta. Questo progetto di musica transculturale continua a sorprendere per intensità nei testi e per ritmi e melodie che hanno la capacità di parlare un idioma comprensibile a tutti, pur affondando le proprie radici nell’humus sonoro di Paesi molto diversi tra loro. Tra un concerto e l’altro, in un’anonima camera d’albergo trasformatasi in studio di registrazione o nel backstage di teatri, Idan ha forgiato con maestria questo gioiello, prezioso sia per estetica sia per contenuti di alto spessore, inneggianti l’amore in un mondo dove i conflitti, piccoli o grandi che siano, continuano a minarne la stabilità e l’innata bellezza. Tredici canzoni che seminano in ogni terra del pianeta, dalle zone insanguinate del Medioriente, all’instabile Occidente, poetiche interpretate in ebraico, arabo, spagnolo, creolo e swahili. Quello di Idan Raichel non è certo un progetto nuovo, poiché da sempre la musica rappresenta una no man’s land ideale per creare collaborazioni che oltrepassano le frontiere artificiali degli Stati. Tuttavia, originalità e forza nascono dalla nazionalità di Idan e dalla cultura millenaria che incarna. L’invito al dialogo, alla creazione di parole inneggianti amicizia e pace, proviene da un ragazzo israeliano che ha osservato e toccato le deformazioni dell’animo umano. I messaggi da lui diffusi (appoggiato da altri musicisti di varie nazionalità, anch’essi attenti alle medesime tematiche) assumono quindi una valenza maggiore. Speriamo che Within My Walls possa costituire un ulteriore, importante tassello per comporre un mosaico musicale e sociale fondato sull’armonia fra esseri, capaci di confrontarsi in modo pacifico, pur conservando la ricchezza culturale delle rispettive tradizioni.
Silvia Turrin
Recensione: Aprile 2009
HECTOR ZAZOU Un ricordo di Giampiero Bigazzi
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«Le musiche antiche hanno attraversato i secoli e possiedono la saggezza dei nostri antenati. Attraverso di esse, si ascolta la Storia, si scopre una particolare visione del mondo. [...] Bisogna avere il coraggio, anzi l’orgoglio, di aggiungere un nuovo passaggio a queste storie, per poi lasciare che la musica riparta verso altre destinazioni». Così raccontava Hector Zazou, istrionico, innovativo musicista, in occasione dell’uscita di Sonora portraits,progetto sospeso tra elettronica, climi acustici e introspettivi, realizzato in collaborazione con Giampiero Bigazzi, ideatore della storica Materiali Sonori. Era il 2003. Quelle parole, racchiuse in una lunga, appassionante intervista pubblicata nel libretto che accompagnava il cd, sintetizzano la complessa, multiforme filosofia di un artista che ha fatto della ricerca sonora il suo Manifesto. Ha lasciato questo mondo l’8 settembre 2008, regalandoci la sua ultima opera d’arte, In The House Of Mirrors (Crammed, distr. Materiali Sonori), un tuffo cerebrale ed emozionale nella sacralità della musica indiana e nelle pieghe della cultura uzbeka. Violini, oud, flauto, piano, gong e cimbali uniti alla chitarra e agli arrangiamenti plasmati da Zazou spalancano la porta a una dimensione lontana dal materialismo, che sembra nutrirsi di linguaggi etnici ispirati al profondo misticismo di cui sono ancora imbevute le terre d’Oriente. Entrare “nella casa degli specchi” significa spogliarsi di orpelli, corazze, frivolezze, per ascoltare intrecci di note che invitano alla riflessione e alla conoscenza del proprio mondo interiore. Zazou ha voluto raccogliere attorno a sé straordinari musicisti (Carlos Nuñez, Nils Petter Molvaer, Toir Kuziyev, Milind Raikar, Diego Amador, Ronu Majumdar, Zoltan Lantos e Bill Rieflin) per creare un itinerario sonoro collettivo di intenso pathos, la cui meta finale sembra essere una sorta di no man’s land, una terra che non appartiene a nessuno, perché è di tutti, che si eleva dalla materia per toccare i meandri dell’anima. La caratteristica di Zazou è sempre stata quella di accostare musiche etniche tradizionali a espressioni acustiche ed elettroniche contemporanee, che affondano le radici nelle differenti culture del pianeta: dall’Africa (ricordiamo Noir & Blanc e Guilty col bassista Bony Bikaye) al grande Nord (Songs from the Cold seas, registrato tra Siberia, Groenlandia, Alaska e Canada), passando per i paesaggi celtici dell’Irlanda (Lights In The Dark). Sono trascorsi alcuni mesi dalla sua scomparsa, prematura, indubbiamente. Aveva solo 60 anni. Molti giornali e riviste lo hanno ricordato nei giorni immediatamente successivi al decesso. Alcuni hanno scritto intense pagine, non scontate, altri si sono limitati a semplici editoriali o articoli realizzati in piccoli box, giusto per preparare quel numero di battute richieste dal caporedattore. Noi di Amadeusonline.net vogliamo ricordare questo grande artista franco-algerino (nell’essenza cosmopolita), grazie alle suggestioni di Giampiero Bigazzi, che ha collaborato in diverse occasioni con Zazou (segnaliamo il recente Quadri+Chromies). Bigazzi èfondatore della storica Materiali Sonori, etichetta che ha saputo resistere ai giochi del mercato e alle insidie di produzioni banalmente commerciali, per produrre progetti di alto valore artistico, come Marco Polo o lavori che recuperano codici melodici popolari rivisitati con linguaggi postmoderni. Andare oltre i confini, qualsiasi confine, sembra essere l’elemento che accomuna Hector Zazou e Giampiero Bigazzi. Varcare le frontiere significa non fermarsi, significa rischiare, sperimentare, conoscere, non dimenticando da dove si è partiti. Ricordare il passato è fondamentale per un musicista, perché, ritornando al nostro incipit, “le musiche antiche possiedono la saggezza degli antenati”. Ricordare Zazou significa espandere i propri orizzonti, abbracciando indistintamente i suoni del mondo.
«Ho conosciuto Hector Zazou nella metà degli anni Ottanta, in un locale di Bologna», racconta Giampiero. «Era affiancato dallo zairese Bony Bikaye. In quel periodo, la Materiali Sonori stava provando a vendere i suoi primi dischi di electro-afro incisi per la Crammed, che noi distribuiamo ancora oggi in Italia. Con l’etichetta belga Crammed continuò poi una serie di pubblicazioni di grande fantasia e progettualità, tra cui figura Sahara Blue, uno dei più importanti lavori collettivi di Zazou. Per l’occasione, riuscì a coinvolgere una serie assolutamente straordinaria di ospiti, catturati fra amici e colleghi di grande profilo. Fu un successo anche in Italia. Lui ha cominciato pia
no piano a conoscere la Toscana e a collaborare in modo più stretto con lo studio di Lorenzo Tommasini e con noi. Realizzò due remix per la nostra serie Drop (di un brano di Arlo Bigazzi e Claudio Chianura e uno di Alesini e Andreoni). Ha visto come lavoravamo e la sintonia culturale che esisteva fra di noi. Abbiamo realizzato insieme Strong Currents che poi mettemmo nel Sonora Portraits, con un piccolo, ma prezioso libro che raccontava la sua storia musicale e la sua filosofia. Fu una bella impresa farlo, all’inseguimento della sua puntigliosità e determinazione, quel suo continuo generare intuizioni e strategie difficili, ma non impossibili! da far passare attraverso le consuete mediazioni dell’editore. Una bell’impresa come l’altro impegnativo lavoro che abbiamo prodotto insieme, Quadri + Cromies: un ritorno al suo senso di avanguardia, al suo essere multimediale per istinto e vocazione. Quando se ne è andato stavamo cominciando il lavoro promozionale di In the House of Mirrors, che ha segnato il suo ritorno alla Crammed».
Quali sono, secondo te, gli aspetti più innovativi che ha introdotto nel panorama musicale Hector? «Ha introdotto un ruolo inconsueto, decisamente raro per un musicista che è stato quello di essere regista dei propri lavori. Ha impersonato brillantemente la parte di produttore e di coordinatore dell’evento musicale, aspetti che vanno ben oltre i compiti del compositore e dell’esecutore. Lui è stato tutto questo. Zazou è stato il regista di se stesso e dei progetti che portava avanti con passione e piglio creativo. Ha trasformato il concetto di disco in una grande opera collettiva di alto valore, assumendosene sempre la responsabilità, come ci si aspetta da un regista eticamente corretto».
Hector Zazou è sempre stato uno sperimentatore di suoni. Dal tuo punto di vista, è possibile definire in qualche modo il suo stile, sebbene nel corso dei decenni lui abbia attraversato diverse fasi musicali e sia stato influenzato da sonorità altre, come i ritmi africani? «Quando l’ho conosciuto non si parlava ancora di “world music”, e tanto meno di “afro-beat”, ma Hector era già dentro la storia. I suoi primi dischi “africani” − un’alchimia fra la sua preparazione classica e i segni della terra madre dei suoni del mondo − furono un bell’esercizio creativo per tutti noi. La sua cultura musicale era un crogiuolo di culture: la formazione classica, l’avanguardia più sperimentale, il rock e il jazz, l’elettronica, i suoni del mondo. La cosa che affascinava di lui era la continua curiosità da poliglotta dei suoni, non si sottraeva mai alla suggestione di una voce o di un suono. Amò perfino il nostro progetto di Banda Improvvisa e ne scrisse con affetto».
Per quanto riguarda il processo di composizione e registrazione, quali erano gli elementi su cui puntava maggiormente? «Quando ci ha lasciato, ho parlato di un “grande vuoto”. È il vuoto che ha lasciato in tutti noi. Ma il concetto di vuoto era anche la sua filosofia di compositore. Siamo tutti cresciuti con l’idea che la musica sia quel frammento di vita che si esprime “prima e dopo il silenzio”. La sottrazione, nello scrivere musica e nel registrarla, e quindi la cura quasi maniacale del singolo suono, era la cifra del suo lavoro. Mi piace pensare che adesso, il vuoto causato dalla sua irrimediabile assenza, faccia parte di una sua composizione... come una specie di pausa con corona».
Zazou si è sempre sentito un po’ distante e volutamente poco coinvolto dall’ambiente musicale statunitense? «Hector ha avuto sempre una cultura cosmopolita, tipica fra l’altro di una certa Francia dove è cresciuto, alla ricerca continua di suoni lontani dal dominio anglosassone. Ha continuato a collaborare con molti musicisti inglesi e americani, ma ha cercato continuamente ispirazioni nei tanti “altrove” che animano questo pianeta. Non certo nel centro della cultura americana...».
È da anni che produci musica (e non solo). Qual è il cambiamento positivo che hai riscontrato negli ultimi anni nel mondo musicale? E quello negativo? «Eh... quando ho cominciato ad occuparmi di musica c’erano ancora i dischi “mono”! Cosa è cambiato? La tecnologia ha ovviamente modificato tutto, e ha inciso anche nel modo di fare e di ascoltare musica. La rivoluzione del digitale (e l’impressione è che siamo solo all’inizio...) ha reso tutto più accessibile, più facile, più democratico. Qui sta tutto il bene e il male».
Come ti è nata l’idea di creare Materiali Sonori? «È successo ormai tanti anni fa... alla fine degli anni Settanta. Nel secolo scorso. È stata l’idea di un gruppo di ragazzi, incoscienti, che volevano gestire in proprio la loro creatività. È la stessa idea per cui resistiamo ancora: fare musica e provare a conoscere meglio noi stessi. E, forse, provare a cambiare un pochino anche il mondo. Un pochino».
Silvia Turrin
Recensione: Gennaio 2009
Alessandro Hellmann Summer Blue
Trelune Records, 2008
GIUDIZIO:
IL CONTENUTO:
Gas per Chopin / Di cosa parliamo quando parliamo d'amore / Le tue mani / Dormi / Giorni strani / A mia madre / A volte ritornano / Sulla spiaggia / Blues for GJMJ / Interno notte / Hejnat Miasta Wroclaw
Gas per Chopin, questo è il titolo del brano che apre il disco di Alessandro Hellmann, cioè quarantadue secondi che iniziano con piccolo assaggio del Valzer in la minore op. 34 n. 2 del compositore polacco che si fonde con un’allucinante voce proveniente dall’abisso degli anni del nazismo. Come dire il bene contrapposto al male: un inizio molto coraggioso, forse un omaggio al paese che l’ha ospitato per incidere questo primo lavoro acustico. Perché Hellmann è un artista poliedrico: scrittore, poeta, autore teatrale e naturalmente musicista; che si è spinto fino in Polonia per registrare Summertime blue. Ma forse non è un caso che lì abbia trovato terreno fertile per mettere in musica le sue poesie; innanzitutto perché in una casa vicino a Oleśnica ha avuto modo di collaborare con un sestetto jazz (la Nestor Band) di rara brillantezza, che ha saputo valorizzare e rendere ancora più intense le sue liriche. Ma sono le stesse parole, che si possono leggere sul retro del disco, che spiegano al meglio la magia che si è creata. «Un sestetto jazz polacco, un artigiano delle parole italiano, un registratore analogico, un mixer analogico, una tromba, un pianoforte a coda, un piano rhodes, un organo hammond, un basso, una chitarra, una batteria, un microfono vintage, un centinaio di cavi a collegare tutte queste cose in maniera apparentemente casuale, una casa sperduta nella campagna ai margini di Oleśnica, la nebbia dell’autunno e il ricordo dell’estate, un numero ragionevole di birre e caffè, una manciata di canzoni d’autore per inguaribili romantici tra swing, rock e blues, una session di otto ore in presa diretta senza conservanti, ingredienti geneticamente modificati, campionamenti, copia e incolla, taglio e cucito, effetti speciali. Tutto questo è “Summertime blue”, un disco in carne e ossa, imperfetto ma vero, come la vita». Ma su tutto spiccano le liriche di Hellmann, mai banali, che a un primo ascolto paiono leggere, ma che invece racchiudono un mondo “maturo”, fatto di cose concrete come in Interno notte, A mia madre (brano vincitore dei Premi Augusto Daolio e Guido Gozzano per il miglior testo) e A volte ritornano. Tra i brani si può trovare come filo conduttore il tema dell’amore, ma come nella migliore tradizione cantautoriale italiana non è mai trattato in maniera ordinaria, ma al contrario si possono trovare similitudini famose: in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore il testo riporta a Fossati e la musica a Bubola, in Dormi sembra di intravedere i più “romantico” De Gregori, e in Le tue mani (vincitore del Premio De Andrè al miglior autore) le sonorità di Cammariere. Un piccolo neo però Summertime blue ce l’ha, un piccolo difetto di sovrabbondanza: i testi dell’autore genovese sono fin troppo densi di poetica, che a volte disorientano, creando quasi un corto circuito per eccedenza. Ma in ogni caso è meglio così; magari si può consigliare di “assumerlo” in piccole dosi, anche per gustarlo fino in fondo. Lo ammetto: non avevo mai sentito parlare di Alessandro Hellmann, ma la sua scoperta è stata una sorpresa imprevista, ben augurante per le nuove prospettive nell’universo della canzone d’autore italiana, al pari di giovani autori come Andrea Parodi e Massimiliano Larocca.
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