Tutte Le Mattine Del Mondo

Pascal Quignard

Analogon Edizioni, 2017, pagg. 126, euro 18,00
Voto Complessivo:

Entrò nella vita dell’italiano comune e alieno ai suoni barocchi scarni ed essenziali all’inizio dell’ultima decade del secolo scorso grazie un magnifico film firmato da Alain Corneau e recitato da un gigantesco Gérard Depardieu e da un altrettanto immenso Jean-Pierre Marielle.
Un testamento narrativo più che un romanzo. Un messaggero della letteratura più che un semplice scrittore. Tutte Le Mattine Del Mondo, scritto col sangue di Pascal Quignard e illustrante la parabola terrena di Monsieur de Sainte Colombe, carne e ossa umane che hanno vestito uno spirito e un talento che di umano hanno avuto ben poco.

Il testo oggi, dopo un’assenza dalle nostre librerie durata più di un decennio, viene riproposto da Analogon, benemerita casa editrice che piano piano sta offrendo ai lettori l’intero prezioso catalogo dell’autore normanno.
Oggi ritorna a noi Sainte Colombe, il più ricercato maestro di viola da gamba in terra francese nel XVII secolo, rivoluzionario dello strumento, a cui inserì una nuova corda di basso per dotarla di una voce più sotterranea e un’intonazione più struggente, colui che perfezionò la tecnica dell’archetto alleggerendo la pressione della mano che esercitò solo sui crini con l’indice e il medio grazie a un virtuosismo stupefacente.

Uomo spigoloso, severo nel dare un’educazione e una prearazione alle due figlie, di pochissime parole, refrattario a ogni offerta che Luigi XIV gli fece per averlo sul libro paga (il quale alla fine reagì con un bando che lo isolò in aeternum), il più misterioso dei musicisti del Creato suonò una vita intera in un capanno per continuare a tener viva l’immagine di sua moglie, dalla cui morte nella primavera del 1650 non trovò mai diversa forma di consolazione.
Perché a questo gli serviva suonare. A rincorrere i rimpianti, tuffarsi nelle lacrime e far breccia nella ferita del tempo e dello spazio che divide noi dai morti per dar loro la possibilità di un’ultima parola che distenda i nervi e scenda sull’anima dei viventi come un balsamo. 

Ebbe come allievo il celeberrimo Marin Marais, diventato, con suo orrore, maestro alla corte reale e gran parrucca all’Académie Royale de Musique. «Vivrete circondato di musica, ma non sarete musicista», gli vaticinò prima del riavvicinamento finale, per marcare la differenza tra chi vive per la musica e chi con la musica, anche se è imperituro il nostro debito nei confronti di Marais, non fosse altro per essersi disteso e accucciato infinite volte accanto a quel capanno per memorizzare quelle che definiva “le arie più belle del mondo”, il cui autore non volle mai stampare e men che meno farne edizioni da sottoporre al giudizio del pubblico. E fu anche così che gemme oscure come quelle contenute nella Tomba dei Rimpianti sono giunte a noi.

E ci poteva essere solo un narratore urticante come Quignard per mettere in fila una dopo l’altra le parole in grado di raccontarci cosa fu questo lenitivo musicista. Scrittura simenoniana per chirurgica perfezione stilistica e sobrietà espressiva, assenza di ogni effetto estetico, linguaggio che si fa servo di una massacrante idea di vita autoimposta e che trasferisce in lemmi gli scorticati fonemi  di pochi accordi che questo gigante della musica estraeva da uno strumento massiccio suonato anche per quindici ore al giorno e che venivano scambiati dai suoi allievi per voce umana entrata nella stanza della lezione o sospiri e singhiozzi provenienti dalle vicinanze.

Sono pagine di una bellezza antica quelle di Quignard, che esprimono una voce ancestrale quanto il suono che servono e il signore che li inventò. Piene di una ricchezza che ci appare a prima vista lontanissima, visto quanto leva senza apparentemente mai aggiungere. Ma, che per nostra fortuna, tutti i giorni del mondo, da oggi anche grazie a questo delicato volume, continuerà a presentarsi a noi.


Corrado Ori Tanzi