Hugo Wolf. Una biografia

Frank Walker

Analogon, 2015, pagg. 566, euro 25,00
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Vita e opere di un genio della musica nella penna lucida e appassionata di un saggista col dono della narrazione, tanto da far considerare queste pagine al celebre musicologo e studioso dell’universo shakespeariano, Eric Sams, “la migliore biografia musicale mai scritta”.
In effetti Hugo Wolf. Una biografia di Frank Walker (pubblicata da Analogon e curata da Erik Battaglia, pianista, insegnante e autore egli stesso) è un magnifico viaggio in prosa di oltre quattrocento fitte pagine verso le altezze e dentro il mistero di un autore lirico almeno quanto i poeti che mise in musica.

Personalità indecifrabile e poco incline alla diplomazia, decadente wanderer capace di estrarre autentica bellezza dal suo Tempo, ma non altrettanto scaltro da imporre la sua grandezza a una contemporaneità contro cui spesso si sentì in conflitto, Hugo Wolf (1860-1903) condusse una vita che potrebbe essere se stessa definita un’opera d’arte.
Con il sostegno supplementare di numerose missive, il testo di Walker ci conduce dai primi anni d’infanzia del compositore a Windischgräz fino ai suoi drammatici ultimi giorni a Vienna. Passiamo le varie stanze della sua esistenza: la vita in famiglia con la musica come ordine del padre alla prole (Wolf fu quartogenito di otto figli), la passione fanatica per Beethoven da adolescente e quella successiva totalizzante per Wagner (un devoto e cieco timor sacro che lo portò prima a disprezzare e combattere con “mille furie in sen” tutto ciò che non rientrava nella comunità wagneriana dei valori, in primis Brahms, e poi a “maledire” con impeto lo stesso Dio in terra per aver occupato ogni spazio creativo non lasciando nulla di originale da scrivere a chi come lui), la parentesi quale inflessibile critico musicale per le colonne del Salonblatt, il complicato rapporto sentimentale con Melanie Köchert, il vivere Vienna come centro del pianeta, la scelta compositiva di dedicarsi quasi esclusivamente a un unico genere musicale.

A Wolf giocò contro il suo stesso carattere contraddittorio e scelte artistiche che non gli permisero la visibilità che avrebbe meritato fuori dalle terre di lingua tedesca tanto i confini dei suoi lieder per voce e pianoforte restavano affacciati alle poetiche di Eichendorff, Mörike e Goethe o traducevano in tedesco antichi testi popolari italiani o spagnoli. Firmò anche composizioni corali (la cantata Christnacht ad esempio), sinfoniche (Penthesilaea e la Italienische Serenade, 1892) e da camera, ma il suo terreno d’elezione fu senza dubbio il lied.
Restituì in musica la sensibilità letteraria dei testi lirici verso cui dimostrava impressionante capacità di identificarne il più intimo ritmo poetico in brevi linee melodiche. Giocava con le curve dell’animo umano passando con disinvoltura in un grappolo di battute dalla disperazione alla gioia, dalla pacata serenità all’impeto, dall’asprezza alla tenerezza creando testi dotati di una drammaticità tutta nuova. E se è vero, come si afferma da più parti, che i suoi lieder non godettero dell’immediatezza di quelli di Schubert o dello stile inconfondibile di Brahms, fu proprio perché cercò sempre di interpretare e non descrivere l’animo umano che riposava nelle pieghe delle liriche. La sua perizia armonica, i cambiamenti di tonalità, la combinazione degli accordi, la voce che contrappuntava l’accompagnamento pianistico rinascevano da zero, sempre dopo il suo essersi annullato nel profondo della singola composizione poetica da cui partiva.

Noi lettori lo accompagniamo fino ai penosi anni che lo portarono alla fine del cammino. Lo squilibrio che si era aperto un passaggio nella sua coscienza rese necessario un primo ricovero in clinica poi, quando la precarietà mentale si trasformò in follia depressiva, il manicomio statale della Bassa Austria fu l’unica risposta possibile. Non prima di poter cogliere però l’ultima possibilità di splendore che il mondo gli seppe offrire: vedere per la prima volta il mare. A Trieste, con la sorella Käte e il grande amore Melanie (“una donna divina, eroica dalla testa ai piedi”, scriveva di lei) a osservare dal molo le onde in pieno incanto per ore e ore.
Hugo Wolf si spense con sofferenza nel febbraio del 1903. Il Tempo si mise presto in opera come Gran Dottore perché la sua demoniaca forza di genio venisse conosciuta come vita spesa a presentare bellezza al genere umano e assicurargli, come scrive Walker, un “modesto posto tra gli immortali”. A Vienna, fu seppellito tra Beethoven e Schubert.
E tanto per sfatare una volta l’adagio marxiano che vuole la storia ripetersi sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, pochi anni dopo Melanie Köchert si gettò dalla finestra della sua casa trovando la morte, in una tremenda anticipazione dell’identico gesto di Jeanne Hébuterne, impossibilitata a vivere senza il suo Amedeo Modigliani.
Conclude il volume un potente corpus d’appendice con note bibliografiche aggiornate ai giorni nostri e la pubblicazione completa dei titoli di Wolf seguendo l’impianto originale del catalogo di Walker tra commenti sulle composizioni inedite, contestualizzazione dei frammenti, dettagli delle opere perdute e indicazione delle prime edizioni.


Corrado Ori Tanzi