Una ripresa che non delude

L’opera “I Capuleti e i Montecchi” di Vincenzo Bellini è stata riproposta a Verona nell’allestimento di Arnaud Bernard





di Paolo Cattelan


Torna al Teatro Filarmonico di Verona I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini nell’allestimento di Arnaud Bernard (frutto della coproduzione della Fondazione Arena con il Teatro La Fenice) che avevamo già potuto apprezzare a Venezia un paio di anni fa. L’impressione positiva di allora non è cambiata, la ripresa di Yamala-Das Irmici funziona a pennello sul diverso palcoscenico, mentre per la parte musicale vale segnalare l’ottima Irina Lungu nei panni di Giulietta affiancata dal Romeo di Aya Wakizono. Notevole anche il Tebaldo di Shalva Mukeria a completare il triangolo erotico che regge l’azione melodrammatica. Il Coro e l’Orchestra sono attentamente guidati da Frabrizio Maria Carminati.

Per altro rimane l’impressione che si tratti di un’opera difficile da riproporre, nata da un libretto travagliato che Romani, in questo caso non troppo Felice, si trascinò dietro per oltre un lustro (1825-1830) per affidarlo dapprima a Nicola Vaccaj e solo poi, fatte alcune significative modifiche, all’allora ventinovenne compositore catanese. Ma nemmeno la versione di Bellini, frutto del “tradimento” di Romani, che andò in scena per la prima volta al Teatro La Fenice di Venezia nel 1830, ebbe vita facile e un incontro universale. Hector Berlioz che deluso notava che nel genio melodico belliniano si era trasfuso ben poco della storia di Shakespeare forse non sapeva che purtroppo Romani, programmaticamente classicista, si basò deliberatamente su fonti seriori e minori per narrare la storia degli infelici amanti e della faida delle famiglie di Verona.

Non sarà quindi questa la migliore opera di Bellini, ma pure, nella rinverdita convenzione di affidare a un contralto in travesti il ruolo dell’amoroso Romeo, si trova il bandolo della sua migliore ispirazione destata, al solito, dalla possibilità di sviluppare l’intreccio concertante di voci pari, in cui si colgono, se vogliamo, suggestivi riflessi del mito dell’androgino, dell’amore infelice di Eco e Narciso, e proprio di qui si crea un’aura che rimanda anche al racconto shakespeariano.

La regia di Arnaud Bernard,  ispirata dalla conoscenza e dalla percezione di tutti i problemi irrimediabili di quest’opera, non  li sfugge , ma anzi li sfrutta genialmente. Così Bernard l’introduce come se fosse una mostra in allestimento in un museo: di padiglione in  padiglione vi assistiamo come intrusi vagando tra gli operai e i quadri in disordine, ma questi improvvisamente si animano, e, spiriti di un’epoca, ne escono figure che agiscono e si arrestano in tableaux vivants a noi così distanti eppure  a noi così presenti…