Schiff conquista la Sala Verdi di Milano

Grandi applausi per il pianista ungherese, da anni ospite abituale della Società del Quartetto





di Julia Barreiro

Quando si pensa di sapere già come sarà e andrà a finire un concerto, le aspettative non sono particolarmente alte. Se però poi la serata si rivela in modo inaspettato e positivo, ci sorprende coinvolgendoci intensamente. Ancora di più se a farlo è un artista quale András Schiff, uno dei pianisti più significativi degli ultimi decenni. Per il terzo e ultimo appuntamento del Ciclo dedicato alla musica di Bach, Bartók, Janáček e Schumann per la Società del Quartetto di Milano (lo scorso 9 maggio), Schiff sceglie un programma in forma di dialogo tra i compositori. Dialogo che intraprende egli stesso spiegando i pezzi al pubblico prima di suonare. Il carattere pedagogico della serata si ritrova nelle opere della prima parte del recital che unisce “il più grande dei tedeschi” all’ “internazionalista di carattere politicamente attuale”: Johann Sebastian Bach e Béla Bartók. Al Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo BWV 992, “composizione giovanile a programma” di un Bach diciannovenne sul tema dell’addio, seguono in alternanza le Danze in ritmo bulgaro Sz 107 dal sesto volume del Mikrokosmos di Bartók e i Quattro Duetti BWV 802-805 tratti dalla raccolta didattica Clavier Übung di Bach, principalmente dedicata agli organisti. Il tocco descrittivo e “umoristico” dei giochi imitativi ricchi di abbellimenti nel Capriccio precede senza un attimo di pausa, quasi come se si trattasse di un’unica opera, il suono chiaro e ritmico delle prime tre danze di Bartók. I duecento anni che separano i due compositori sembrano improvvisamente scomparire: Nel legato impeccabile che evita praticamente l’uso del pedale, nella cura degli abbellimenti e la conduzione delle dinamiche pare di sentire Bach in versione più moderna e ritmicamente asimmetrica. Questa connessione intrinseca continua nei Duetti e torna nelle tre danze successive per finire con l’ultimo pezzo di Bartók, la Sonata Sz 80. La complessità e chiarezza della polifonia dei Duetti si ritrova in quella ritmica e armonica delle danze in ritmo bulgaro, che Schiff definisce “troppo difficile per i bambini e anche per me”. Il carattere deciso e energico dell’ultimo Duetto in la minore (BWV 805) funge quasi da introduzione alla Sonata di Bartók. Qui Schiff fa emergere il carattere percussivo, ostinato e dissonante dei tre movimenti ispirati da ritmi e melodie di diverse culture, abbandonandosi di più a sonorità contrastanti e sforzate necessarie. All’ultimo accordo fortissimo e vivacissimo, il pianista ungherese salta energicamente dalla tastiera, per subito ricomporsi e salutare in modo decoroso l’esplosione di applausi dalla platea. E questa era solo la prima parte. 

Dopo l’intervallo ci si addentra in un dialogo basato sulle impressioni, sul dolore e momenti di slancio contrastanti, quello cioè tra Nella nebbia di Leoš Janáček e la Fantasia in do maggiore op. 17 di Robert Schumann. Schiff spiega i quattro movimenti che compongono l’opera di Janáček come un insieme di “impressioni e ricordi” successivi alla morte della giovane figlia del compositore. Momenti di gioia giovanile e vitalità si susseguono a “dolore e rabbia nei confronti del destino”. Con un suono carico di espressività, sospensioni e contrasti eclatanti, ben lontano da quello iniziale bachiano, il pianista ricrea la concatenazione dei diversi sentimenti musicali del pezzo. 

A continuare la poesia di Janáček è la “sonata nascosta” di Schumann, cioè la Fantasia op. 17, definita da Schiff come un “poema d’amore per Clara”. Quella che doveva diventare una Sonata in omaggio a Beethoven (che aiutasse la raccolta fondi per un memoriale del compositore di Bonn), viene proposta con un finale alternativo poco suonato e sentito: Negli anni Settanta, in seguito a una richiesta di Charles Rosen, Schiff stesso si reca alla Biblioteca Nazionale di Budapest per cercare un autografo della Fantasia che presenta un finale diverso. Finale che “l’autocritico” Schumann aveva cancellato, ma da Schiff ritenuto “molto più geniale ed interessante”. Tra gli ultimi arpeggi e gli accordi finali, in questa versione riappare il tema ispirato a Beethoven tratto dalla raccolta di Lieder An die ferne Geliebte: Prima di calmarsi nelle ultime battute, questo si interroga più volte ripetendosi e vagando su diverse tonalità, aspetto che secondo Schiff dona alla Fantasia una “forma circolare”, in cui “l’inizio e la fine si ritrovano”. Il carattere fantastico, passionale (phantastisch und leidenschaftlich) e leggendario (Im Legendeton) del primo movimento, seguito dall’energia del secondo (Durchaus energisch) e dalla poesia sottovoce (Durchweg leise zu halten) dell’ultimo, permettono a Schiff di creare sonorità, momenti di delicata sospensione e di virtuosismo vivace che incantano il pubblico milanese. Il motto di Friedrich Schlegel posto all’inizio dell’opera (“Tra tutti i suoni risuona/ nel variopinto sogno terrestre/ un suono dolce percepibile/ a chi sa tendere l’orecchio”) sembra avverarsi in questa serata primaverile che lascia negli ascoltatori un senso di magia e sorpresa.