Omaggio a D’Annunzio

Il tenore Nunzio Fazzini e il pianista Roberto Rupo concludono il ciclo “Opera Foyer II Musicaltrove”





di Luca Mantovanelli

A concludere il ciclo “Opera Foyer II Musicaltrove” – rassegna ideata da Paolo Cattelan, di cui abbiamo scritto anche in altre precedenti recensioni – è stato il concerto da camera “Io nacqui dannunziano”, proposto dal tenore Nunzio Fazzini e dal pianista Roberto Rupo il 7 aprile scorso a Venezia (nella cornice dell’Ateneo veneto), e replicato poi a Padova (Foyer del Teatro Verdi). Entrambi dall’importante ed intensa carriera nazionale e internazionale, Fazzini e Rupo hanno lavorato tra l’altro per l’Istituto Nazionale Tostiano (INT) di Ortona e inciso rispettivamente per la Brilliant classics e per la Bongiovanni. 

Il programma, ricercato, prevedeva brani vocali e per pianoforte solo di Francesco Paolo Tosti e di quella che i manuali di storia della musica chiamano “Generazione dell’Ottanta”: Ottorino Respighi, Riccardo Pick-Mangiagalli, Alfredo Casella, Ildebrando Pizzetti, Gian Francesco Malipiero. Ad accomunare questi autori, l’aver tutti musicato, secondo la propria inclinazione personale, testi poetici di Gabriele D’Annunzio. 

Il primo brano in programma nasce nel 1904, anno in cui il Vate riduce in libretto per Alberto Franchetti La figlia di Iorio (“Tragedia pastorale”); sempre in quell’anno Puccini presenta al pubblico Madama Butterfly mentre Richard Strauss, da parte sua, componeva la prima versione di Salome. Si tratta del Notturno per pianoforte di Respighi, di grande impatto emozionale, reso con intima profondità da Roberto Rupo. Sono invece del 1907 le Quattro canzoni d’Amaranta, scritte appositamente da D’Annunzio per l’amico Tosti (abruzzese come lui) dopo la transitoria infatuazione wagneriana. Quasi vent’anni ormai sono trascorsi da Cavalleria e da Pagliacci. In quello stesso 1907 il parmense Pizzetti si stava dedicando alle musiche per La nave di D’Annunzio. 

Gli incipit delle ‘canzoni’, lo ricordo, sono Lasciami! Lascia ch’io respiri; L’alba; In van preghi e Che dici, o parola del Saggio?. Dal punto di vista stilistico si avverte un Tosti che privilegia la bellezza e la levigatezza melodica, sfociando in momenti di alta temperatura emotiva (“Tutto è sogno, tutto è oblio”; “Ho terso con ambe le mani…”). Il pubblico ha potuto ammirare le qualità canore di Nunzio Fazzini, dalla pregevole voce, potente e squillante, ma anche sensibile nelle sfumature. 

Qui come pure nelle liriche da camera che menzionerò da qui in avanti, un fatto degno di nota: le ultime parole intonate dal canto non portano mai all’acuto finale (come era nel caso dell’aria tradizionale): l’effetto si gioca tutto tra la pura suggestione emotiva dei versi conclusivi senza alcuna enfasi musicale e la Coda affidata al solo pianoforte. 

Dell’anno successivo sono il Valse de l’adieu sempre di Tosti e I pastori di Pizzetti (tratto dalla raccolta Alcyone del 1903). Nello stesso periodo D’Annunzio scrive Fedra, in seguito musicata sempre da Pizzetti. Il sottotitolo del Valzer (Un bal at Claridge’s Hotel) rimanda all’occasione per cui è stato composto, ovvero un ricevimento organizzato per la nomina di Tosti a baronetto nella capitale inglese. Col suo celebre incipit “Settembre, andiamo. È tempo di migrare” I pastori è una delle poesie più celebri di D’Annunzio. Pizzetti, in una direzione antitetica a quella tostiana, accentua ritmi e tempi della parola impiegando melopee da canto gregoriano. Il contorno musicale sembra richiamare Debussy. Sono invece del 1909 le interpretazioni musicali delle due poesie Van gli effluvi de le rose e O falce di luna calante (da Canto novo, 1882/1896) da parte di Ottorino Respighi. In special modo alla prima, dal clima allucinato, farà da contraltare la successiva versione di Tosti, del 1911, perfettamente diatonica e cantabile (mirabile la resa musicale dell’ultima strofa “Spiran l’acque a i solitari lidi…” magnificamente interpretata da Fazzini e da Rupo). 

Sempre del 1911 è la raccolta di pezzi del torinese Casella A la maniere di: un interessante quanto còlto tributo a Brahms, Ravel, Wagner, Debussy, d’Indy, Strauss, Franck, Faurè. In particolare Rupo ha proposto l’omaggio a Brahms, suscitando calorosi applausi. In quello stesso anno molte le ‘prime’ nel panorama europeo: Il martirio di San Sebastiano di Debussy (su testo di D’Annunzio), Isabeu di Mascagni, Il cavaliere della rosa di Strauss, L’heure espagnole di Ravel, I gioielli della Madonna del veneziano Wolf-Ferrari. Due anni dopo, il 29 maggio del 1913 viene rappresentata a Parigi Le sacre du printemps di Stravinsky. Come ci ricorda Giuseppe Ferrari: “In un palco assistevano D’Annunzio e Debussy ed applaudivano convinti, mentre in platea due giovani italiani Casella e Malipiero dimostravano il loro entusiasmo; mentre Pizzetti appariva contrariato”. 

Sempre seguendo la scia cronologica del programma, dal 1911 si passa al 1914 con due componimenti tratti dai pregevolissimi Sonetti delle fate del veneziano Malipiero (da Isaotta Guttadauro e altre poesie del 1886). Nello stesso 1914 nascono la Francesca da Rimini di Zandonai e Le rossignol di Stravinski. Il 1915 è invece l’anno della rappresentazione di Fedra (teatro alla Scala, 20 marzo); appena un anno dopo, muore Tosti. Sempre dal già menzionato Alcyone Casella ricava La sera fiesolana (1923). La musica si fa quanto mai descrittiva della parola (vedi ad esempio il raffinato trattamento musicale per i versi “su i gelsi e su gli olmi e su le viti / e su i pini dai novelli rosei diti / che giocano con l’aura che si perde…). Una breve sezione pare riecheggiare proprio un motivo de Le sacre di Stravinsky. Del linguaggio musicale che si fa qui aspro, con un marcato uso delle dissonanze, Fazzini e Rupo si sono dimostrati sensibili interpreti. 

L’anno successivo, nel 1924, muore Puccini. E si chiude un’epoca. Il brano più recente fra quelli proposti nel concerto è del 1934 (D’Annunzio morirà quattro anni dopo), Ecco settembre di Pick-Mangiagalli (ricavato da L’Isotteo-La chimera 1885/1888). Composizione che si lascia alle spalle Basi e Bote (1927) e che precede Notturno romantico (1936), e che proprio del mondo dell’opera lirica e del suo lirismo più cantabile si nutre. Calorosi applausi hanno salutato i due interpreti che speriamo di poter ascoltare ancora presto in terra veneta.