Myung-Whun Chung: Beethoven e Brahms allo specchio

Il 4 maggio, alla Philharmonie de Paris, il direttore sudcoreano ha diretto la Royal Concertgebouw Orchestra di Amsterdam. Solista Isabelle Faust





di Maurizio Azzan

Non si era ancora spenta la risonanza degli energici accordi finali del terzo movimento di Brahms, che uno scroscio di applausi – meritatissimi – ha investito la Grande Salle della Philharmonie, gremita quanto mai di pubblico in occasione della trasferta parigina dell’Orchestra del Royal Concertgebouw di Amsterdam con la direzione di Myung-Whun Chung e il violino di un’Isabelle Faust in gran forma, subentrata all’ultimo momento in sostituzione di Leonidas Kavakos. Complice l’accostamento dei due lavori previsti dal programma, l’impareggiabile performance di solista, direttore e orchestra ha saputo regalare un’interpretazione stimolante e raffinata, capace di mettere in luce le più sottili corrispondenze fra il linguaggio brahmsiano e quello beethoveniano.

Lontana quanto mai da qualsiasi esibizionismo virtuosistico, la resa del Concerto op. 77 nella prima parte della serata colpisce per l’assoluta eleganza di esecuzione. Invece di puntare a porre forzosamente in primo piano l’infernale parte solistica, l’intesa di Isabelle Faust e Myung-Whun Chung fa sì che ad emergere sia soprattutto il sinfonismo – nel senso più vero del termine – di una partitura tutta caratterizzata dal cangiare continuo dei rapporti fra il violino, l’orchestra e i vari soli che ne emergono. Da questo punto di vista, se nel primo movimento la cadenza pare quasi trasformarsi in uno stupefacente duetto con un timpano tutt’altro che di semplice contorno – un formidabile Marinus Komst, nel secondo movimento, l’oboe di Alexei Ogrintchouk ha saputo regalare alcuni momenti di pura magia sonora. È però nel terzo movimento che questa lettura quasi beethoveniana di Brahms trova piena realizzazione. Il tema di sapore tzigano, infatti, epurato del suo lato più popolareggiante, pare quasi scolpito nel marmo e l’intero movimento viene vivificato da una lettura attenta in cui, sotto le dita della solista, anche i passaggi più virtuosistici sembrano acquisire una dimensione plastica, lirica, intenta esclusivamente a ricercarne il senso musicale più profondo senza mai forzare il suono o ostentare la difficoltà.

Richiamata per ben cinque volte alla ribalta dal pubblico, Isabelle Faust non ha smesso di stupire neppure col bis, momento in cui ha offerto una raffinata interpretazione di un capriccio tratto dall’Amusement di Louis-Gabriel Guillemain che ha dato modo di apprezzarne anche le doti di notevole interprete barocca (e dire che il suo repertorio non si ferma certo qui: nelle prossime stagioni sarà impegnata nelle prime assolute di compositori contemporanei del calibro di Beat Furrer, Ondřej Adámek e Marco Stroppa).

Dopo l’intervallo, la magnifica resa di Chung dell’Eroica ha saputo chiudere magistralmente l’arco tensivo iniziato nella prima parte della serata con un’interpretazione dal profilo certo classico ma dal suono sempre corposo e denso, quasi brahmsiano. Dopo un primo movimento energico ed assertivo, sotto la direzione di Chung la marcia funebre diventa il vero e proprio cuore dell’opera, con un’orchestra dalla tavolozza timbrica sorprendentemente ampia e tutta tesa a sottolineare ogni dettaglio con estrema coerenza e senza ostentazione, mentre, nello scherzo, un sapiente controllo delle dinamiche dei fiati permette ai ff della pagina di esplodere con rinnovata energia. Nel finale poi, sottolineando il carattere marziale quasi ‘alla turca’ della sesta variazione e facendo così emergere quell’elemento popolaresco decontestualizzato già presente in Brahms, il cerchio finalmente si chiude, facendo brillare i due lavori di luce nuova e rilevandone corrispondenze inaspettate.

Se la direzione di Chung ha dato prova in tutta la serata di grande controllo, nettezza e carattere, l’orchestra, in particolare nella seconda parte, ha confermato una volta di più la sua fama, mostrando una ricchezza di suono e una precisione davvero notevoli. Oltre dieci minuti di applausi, dunque, a premiare un’interpretazione di altissimo livello che, all’esibizionismo di poco momento così spesso diffuso nelle programmazioni internazionali di questi anni, ha saputo preferire un’ideale di fare musica colto, complesso – eppure non meno comunicativo – difendendolo con coraggio.