Murray Perahia, piacere puro della musica

Grande successo per il concerto del pianista newyorkese nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma





di Anna Ficarella

Freschezza, passione, lucidità ed energia. Queste le parole che meglio riassumono la grande performance di Murray Perahia il 6 marzo nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma. Il programma, ‘iperclassico’, sembra incarnare l’essenza del pianismo ‘esemplare’ di Perahia, estraneo a mode o a modelli interpretativi più o meno innovativi. Il suo repertorio, un’epitome del canone pianistico, ha i tratti della classicità ideale al di sopra di ogni tempo. Ciò gli viene talvolta rimproverato come una forma di conservatorismo autoreferenziale, ed è invece la sua forza più autentica. Perahia, settantenne, suona il pianoforte per il piacere puro della musica, con un’energia travolgente e lucida allo stesso tempo. 

Il concerto si è aperto con la Suite francese n. 6 in mi maggiore BWV 817, resa con un senso di sorgiva freschezza e fluidità. Un’interpretazione da cui emerge il profondo rapporto e la devozione di Perahia verso Bach, in particolare per la ricchezza gioiosa delle Suite francesi, cui il pianista ha dedicato nel 2013 anche un’incisione.  Il nitore del contrappunto a due o tre voci è stato vivificato da una capacità straordinaria di variare l’articolazione, il fraseggio, l’ornamentazione e la metrica dei ritmi di danza della suite bachiana, rendendo assolutamente convincente la sua proposta di Bach al pianoforte. Nei Quattro Improvvisi op. 142, D. 935 di Schubert è emerso lo slancio vitale di cui è capace Perahia, anche nel gesto pianistico ampio ma controllatissimo e sempre giustificato dalle ragioni della musica. Una musicalità piena e travolgente che non scava alla ricerca della Sehnsucht romantica, ma valorizza il virtuosismo della scrittura pianistica schubertiana, ardua e non sempre felice, grazie a una cantabilità innata. È proprio l’elemento del canto spiegato a prevalere nella interpretazione del pianista newyorkese, un’espressività a tutto tondo molto diversa da quella più ricca di chiaroscuri, ad esempio di uno Zimermann. Nel primo degli Improvvisi op. 142, l’Allegro moderato in fa minore dai tratti sonatistici, Perahia, profondo conoscitore del repertorio liederistico, ha evidenziato lo slancio quasi drammatico dell’episodio che funge da ‘sviluppo’ ma che costituisce di fatto un nuovo tema, presentato dal pianista in forma di appassionato dialogo a più voci. Alla commossa cantabilità dell’Allegretto in la bemolle maggiore, corroborata dalla limpidezza delle voci interne, sono seguiti il virtuosismo e l’umoristica idiomaticità dell’Andante, la cui quinta variazione è stata affrontata a capofitto con uno stacco di tempo quasi spericolato che ha tenuto tutto il pubblico con il fiato sospeso. Una sensazione analoga è stata suscitata dall’Allegro scherzando conclusivo, in cui Perahia, tutt’uno con il pianoforte, ha enfatizzato quasi plasticamente i ritmi capricciosi del brano. 

La seconda parte è stata introdotta dalle sonorità chiare e brillanti del Rondò K 511 in la minore di Mozart, aggiunto all’ultimo momento rispetto al programma originario, la cui fluida cantabilità ha ricordato molto l’immediatezza di Horowitz. Ma è nella Sonata n. 32 in do minore op. 111 di Beethoven, la celeberrima ultima del corpus sonatistico, che l’alta tensione della serata ha raggiunto il suo culmine, con una prova di dominio sovrano dello strumento e della musica che raramente si sente in un’esecuzione dal vivo. È sembrato di rivivere tutti i momenti del concerto, dalla lucidità ‘bachiana’ e il controllo straordinario con cui Perahia ha interpretato il maestoso primo movimento della Sonata, all’impulso quasi vitalistico del secondo movimento, l’Arietta: Adagio molto semplice e cantabile in cui, partendo dalla limpidezza iniziale, sono stati raggiunti momenti quasi ‘adrenalinici’ nella progressiva animazione ritmica cui è sottoposto il tema, fino all’irresistibile ductus dei ritmi quasi “swing” di biscrome e semibiscrome. La sconvolgente bellezza timbrica delle catene di trilli in cui si sfalda il tema originario si è ricomposta infine in una conclusione semplice e limpida, che non poteva ammettere repliche. E infatti, nonostante gli applausi scroscianti del pubblico, Perahia non ha concesso bis, lasciando l’auditorium ancora vibrante di una musicalità fascinosa e immediata che non sembra arrestarsi con gli anni.