Moderno e contemporaneo

Caloroso successo del concerto veneziano in cui il direttore Marco Angius ha proposto musiche di Schumann accanto a Camillo Togni e Carmine-Emanuele Cella





di Letizia Michielon

La lunga esperienza maturata a contatto con il repertorio moderno e contemporaneo consente a Marco Angius di rileggere secondo una nuova prospettiva anche i capolavori della tradizione, come si è avuto modo di apprezzare nel raffinato programma proposto in questi giorni al Teatro Malibran di Venezia, comprendente la prima assoluta di Random Forests di Carmine-Emanuele Cella, le Variazioni op. 27 di Camillo Togni e la Sinfonia n. 1 op. 38 (Primavera) di Robert Schumann.
L’integrale delle Sinfonie di Schumann, uno dei pilastri della stagione sinfonica proposta dal Teatro La Fenice, si arricchisce così di un importante tassello che avvalora le più recenti acquisizioni musicologiche tese a riabilitare la produzione orchestrale del compositore tedesco.

Un competente articolo di Veronica Mary Franke ricostruisce infatti il percorso volto a ridimensionare la portata del giudizio di Felix Weingartner secondo il quale Schumann, nato pianista, non saprebbe pensare come Berlioz o Wagner in termini orchestrali e non avrebbe in dono la loro stessa perizia strumentale. Tovey e Abraham deploravano la concezione statica della forma espressa nei lavori sinfonici schumanniani, dovuta a loro avviso all’incapacità dell’autore di concepire temi in grado di generare sviluppo.
Lo stesso Dahlhaus osservava come la Sinfonia n.1 incarnasse le limitazioni strutturali di molte forme sonata romantiche, lamentando la mancanza di idee motiviche e la meccanicità dello sviluppo di quella principale. Inoltre la contrapposizione tra lirismo e monumentalità non genererebbe dialettica ma paralisi delle singole componenti.
Jon Finson ha rivelato invece il complesso processo di rifinitura in particolare della Prima Sinfonia e confrontando schizzi, bozze e pubblicazioni ha dimostrato come Schumann fosse in realtà molto attento alle necessità esecutive e all’equilibrio strumentale. Per rendersene conto occorre però ricordare, come osserva Eric Jensen, che l’organico per cui scriveva Schumann comprendeva la metà degli strumentisti presenti oggi nelle nostre orchestre. 

Angius, che concepisce l’interprete come un secondo creatore, non un restauratore passivo del testo, si ispira alla rivisitazione mahleriana della Primavera, prediletta dal direttore boemo, traendo spunto dai ritocchi apportati alla dinamica e al fraseggio. Ne esce una Prima dal taglio geometrico e dinamico, prospettiva che, se da un lato perde un po’ in termini di effusione lirica, dall’altro esalta la tensione formale e le intuizioni timbriche di un’opera a lungo rielaborata. In questo piglio a tratti quasi beethoveniano si palesano così altrettanto importanti radici storiche, frutto della lettura romantica dei classici che Schumann eredita attraverso la mediazione di E.T.A. Hoffmann.
Il motore architettonico è rappresentato dal ritmo, sostegno indispensabile alla chiarezza costruttiva che sorregge sempre il canto anche negli episodi più lirici (si pensi al rilievo dato alle voci intermedie del Larghetto). Nel gesto deciso e asciutto di Angius la pulsazione diventa snodo energetico in cui si convoglia e prende slancio la forza del pensiero compositivo.

Analoga trasparenza delle fasce timbriche si riscontrava nell’interpretazione di Random Forests, nuova commissione nell’ambito del progetto «Nuova musica alla Fenice», realizzato con il sostegno della Fondazione Amici della Fenice. Il lavoro di Cella, che è musicista e ricercatore matematico, si inarca in un’atmosfera di attesa attraverso la progressiva agglomerazione e frantumazione di spunti tematici affidati a fiati e percussioni, sospesi sul tappeto armonico degli archi.
Un colorismo turgido, ad ampie pennellate illuminate da ardenti accensioni liriche si respirava invece nelle sei Variazioni op. 27 per pianoforte e orchestra di Camillo Togni, eseguite nel1946 al Teatro La Fenice nell’ambito del Nono Festival della Biennale di Venezia sotto la direzione di Bruno Maderna e proposte ora al Malibran nella versione originale riscoperta nel 2015 da Aldo Orvieto all’interno del lascito musicale della pianista Lya De Barberis, custodito da Massimiliano Negri.

Nel 1993, alla morte di Togni, Giovanni Morelli, allora direttore dell’Istituto per la Musica, creò presso la Fondazione Cini il Fondo Camillo Togni, ove è conservato l’intero archivio musicale del compositore. La partitura dell’op. 27 sembrava perduta  ma venne rinvenuta la particella autografa della riduzione per due pianoforti, preparata dall’autore per la pianista Enrica Cavallo, interprete della prima esecuzione. La particella conteneva dettagliate indicazioni di orchestrazione e Morelli propose una ricostruzione critica del testo affidandone la realizzazione al compositore Alberto Caprioli.
La versione originale eseguita da Orvieto e Angius esalta le poderose strutture formali delle Variazioni, tratteggiando volumetrie timbriche che appaiono un’espansione del mondo interiore espresso dal solista. Si illumina così la dimensione concertante di una delle realizzazioni seriali più compiute elaborate dal pianista e compositore bresciano, allievo di Casella e di Arturo Benedetti Michelangeli, alla cui memoria il pezzo è dedicato. La serie utilizzata per le Variazioni infatti contiene quattro triadi perfette, strategia che consente di coniugare il rigore della scrittura dodecafonica con un vago e a tratti nostalgico recupero della tonalità.
Orchestra della Fenice reattiva e ben equilibrata, caldo successo.