Modernità di “Pagliacci’

L’allestimento di Franco Zeffirelli dell’opera di Leoncavallo, ripreso da Stefano Trespidi, ha trovato apprezzamenti unanimi tra il pubblico del Filarmonico di Verona





di Paolo Cattelan


Rivedendo Pagliacci al Filarmonico di Verona mi viene da pensare a Puccini che apostrofava il suo autore “Leonbestia”, “ Leonasino”, forse sprezzante, forse solo infastidito, come di chi si avvede che un altro, un rivale, ha fatto centro, che ha felicemente intivata [azzeccata, n.d.r.] la formula giusta del successo. Una volta ottenuto l’agognato divorzio da Cavalleria rusticana, nella brevità, l’opera di Leoncavallo torna a esser ancor più palesemente un capolavoro e rivela tutta la sua vera natura di prodotto dell’orizzonte d’attesa fin-de-siècle del gusto décadent per la rêverie e la deformazione espressionista, a tratti grottesca, del “segno drammatico-musicale”. Per questo perfetto esempio di un teatro sintetico non ha senso il connubio verista, che lo riporta invece indietro; e se fosse piuttosto un dittico “modernista” (con le Sette canzoni, o, meglio ancora, Torneo notturno di Malipero)?

Tutta sola, tuttavia, Pagliacci sta benissimo ed è difficile pensare a un affiancamento che ponga con altrettanta efficacia il tema del “doppio” se non guardando più avanti (mi viene in mente Die Tote Stadt dei Korngold da Rodenbach). Verismo quindi forse solo come depistaggio astuto dello stesso Leoncavallo? (È ciò che viene brillantemente messo in luce nel saggio di Carla Moreni che accompagna l’allestimento del Filarmonico). Seppur datato anni Ottanta, l’allestimento di Franco Zeffirelli ottimamente ripreso da Stefano Trespidi, con cui Pagliacci è stata riproposta a Verona, ha il gran merito di presentare, con efficacia completamente inalterata, proprio questo“cambio di prospettiva”, questo abbandono del verismo, di cui il grande regista fiorentino si è fatto intuitivamente alfiere già allora. Ma proiettando l’opera nella sua giusta dimensione storica e poetica Zeffirelli non ha rinunciato a esaltare l’estetismo della propria maniera, presentando con una certa leggerezza e chiarezza di colori il gioco teatrale, il proprio gusto e amore per la magia e l’illusionismo delle scene con cui Raimonda Gaetani, autrice di splendidi costumi, crea un raffinato intreccio di rimandi e rispecchiamenti.

La compagnia dei pagliacci saltimbanchi regge il palco e lo anima con grande effetto. Il Coro e l’Orchestra sono ben diretti rispettivamente da Vito Lombardi e e Valerio Galli. Tutti bravi i solisti. Il Canio di Walter Fraccaro (vocalità indiscutibilmente svettante, ma forse suscettibile di più nuance), il Tonio di Devid Cecconi e anche il Silvio di Federico Longhi. Una nota di particolare apprezzamento va però, a giudizio di chi scrive, a  Donata D’Annunzio Lombardi, per l’interpretazione vocale e attoriale nell’impegnativo ruolo di Nedda. E a Francesco Pittari elegante e dinamico Arlecchino. Teatro pieno e successo pieno. Spiace rivedere, prima dell’inizio sul proscenio, le note di protesta delle compagini artistiche per una situazione che non sembra ancora trovare positiva soluzione. Ma la stagione al Filarmonico si difende bene e si fa garante del proprio futuro.