Lo stupefacente insieme de Le Vents Français

Grande entusiasmo per il concerto di Bolzano del gruppo cameristico francese



di Alessandro Tommasi

Riunire alcuni dei più grandi musicisti del mondo, eseguire il raro e particolare repertorio per insieme di fiati e pianoforte, ma, soprattutto, suonare insieme. Giovedì 9 marzo, in un concerto per la Società dei Concerti di Bolzano, Le Vents Français si è confermato uno dei più importanti gruppi cameristici al mondo. Composto da musicisti francesi, Emmanuel Pahud al flauto, François Leleux all’oboe, Pascal Moraguès al clarinetto, Gilbert Audin al fagotto, Eric Le Sage al pianoforte, e dal meno francese Radovan Vlàtković al corno, il sestetto ha eseguito i quintetti per pianoforte e fiati di Spohr e Mozart in prima parte, per poi dedicarsi al repertorio francese in seconda, con il Caprice sur des airs Danois et Russes di Saint-Säens, il Quintetto per fiati op. 81 di Onslow e infine il magnifico Sestetto di Poulenc.

Le Vents Français

Fin dalle prime note di Spohr si percepiva con chiarezza il livello dei musicisti, a partire dal raffinatissimo virtuosismo di Eric Le Sage, livello che si è confermato con le dolci e al contempo energiche sonorità del Quintetto mozartiano. È sul repertorio francese, tuttavia, che i musicisti hanno dato prova delle loro abilità trascendentali, a partire dal Caprice di Saint-Säens, realizzato con un tale magistero da far scappare un sorriso compiaciuto a Pahud al termine dell’esecuzione. Piacevolissima sorpresa è stato il Quintetto per fiati di Onslow. L’Andante sostenuto ha raggiunto momenti di viva intensità e il Finale ha reso pienamente onore all’indicazione “Allegro spirituoso”, con un fresco e divertente gioco tra le parti. Esplosivo e iridescente è stato il conclusivo Sestetto di Poulenc, che ha lasciato la sala gremita dal pubblico nelle ovazioni generali. In seguito alle insistenti richieste, i musicisti hanno concesso un bis, eseguendo la Gavotta dal Sestetto per fiati e pianoforte di Thuille.

Ciò che sorprende maggiormente del gruppo è l’intenso senso cameristico che lo pervade. Con solisti di tale livello, il rischio di uno scontro per il predominio della scena sembrerebbe quasi naturale e invece più che il virtuosismo degli strumentisti, mi ha lasciato sbalordito la loro capacità di fondersi nei timbri, riuscendo a raggiungere una pasta sonora quasi da quintetto d’archi. Le specificità degli strumenti emergevano nei soli, sempre curati, perfettamente fraseggiati e lasciati liberi di cantare, ma quando bisognava cedere il passo all’insieme, si raggiungevano livelli di fusione a dir poco incredibili. Non serve nemmeno dirlo, ma non vi è stato il minimo dubbio tecnico o di intonazione nell’intero e lungo concerto. Lungo era infatti il programma e una particolare nota di merito va sicuramente a Pascal Moragués, unico dei sei musicisti a essere presente in ogni brano, capace di presentarsi con grande energia anche dopo quasi due ore di repertorio. Particolarmente impressionante è stato anche il suono di Vlàtković, il cui totale dominio del corno ha reso il suo strumento parimenti imponente ed elegante, raggiungendo pianissimo inaspettati e al contempo espandendosi in tutta la sala quando la partitura gli richiedeva di emergere.

I concerti de Le Vents Français rappresentano quelle rare occasioni in cui al termine di un lungo concerto non si è percepito lo scorrere del tempo e si domanda altro repertorio, in uno stato di magnifico e genuino entusiasmo.