La gazza ladra alla Scala: tot capita tot sententiae

Grandi contestazioni per la première del capolavoro rossiniano con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Gabriele Salvatores





di Biagio Scuderi

«In breve, tot capita tot sententiae; ciascun vuol dir la sua; se l’uno ha ragione l’altro ha certamente il torto, ma tutti credono di pensar bene… Per buona sorte però coteste alterazioni di mente, non essendo né micidiali né durevoli, finiscono per divertire». Questo lucido giudizio, un vero e proprio cammeo di antropologia, l’ha pronunciato un anonimo cronista del Corriere delle Dame, nell’anno 1831 (n. 72), riferendosi alle abitudini del pubblico scaligero (se non del pubblico tout court) che, da quanto visto lo scorso 12 aprile, non sono di molto cambiate. Per la prima della Gazza ladra, infatti, ciascuno ha voluto dire la sua: i loggionisti anzitutto (ma solo alcuni), che dal termine dell’ouverture in poi hanno buato con progressiva convinzione, suscitando immediata e stentorea risposta nel pubblico riunito in sala, dapprima attonito per una contestazione sì precoce dopodiché censore di tanta sfrontatezza. Ma, nell’Ottocento come oggi, coteste alterazioni finiscono per divertire. Non perdiamo allora il seguito della recensione pubblicata sul Corriere delle Dame e relativa al debutto di Norma: «Dica o non dica, voglia o non voglia, ciascuno di certo entra nel gran recinto col suo progetto in mente e si scalda, si arruffa e divien furente ed impazzisce se alcuno glielo contrasta». Alcuni dunque volevano Felice Romani «in cima ai sette colli» altri lo consideravano autore di versi «strani alle musiche e alla scena». Alcuni volevano Bellini «prototipo di un nuovo genere, altri schiavo di antichi ritmi». Per non dire della Pasta «Dea immacolata» per certuni e oggetto di mero fanatismo per altri.

Insomma, a teatro è sempre la stessa storia, lo spettacolo si trasforma in un ring dove esprimere preferenze e scaricare tensioni. Nel nostro caso però è curioso che, in questi giorni, persino la critica ufficiale – al contrario di quanto avvenuto per la recente Bolena dove, certo, era quasi impossibile non essere concordi – si sia “spaccata” offrendo una bizzarra varietà di giudizio. C’è chi infatti vuole Riccardo Chailly in cima ai sette colli, bacchetta energica e capace di grande finezza, e chi invece lo assume come capro espiatorio, colpevole di un’esecuzione piatta e noiosa che, addirittura, avrebbe fatto indignare il compianto Alberto Zedda! C’è chi applaude alla messa in scena di Gabriele Salvatores, giudicandola garbata, funzionale, curata, e chi invece la considera bozzettistica, illustrativa, addirittura un plagio (la gazza-acrobata) di Damiano Michieletto. Com’è possibile tutto ciò? Che i critici di mestiere (non già i molti per passione) possano distanziarsi così tanto nell’analisi?

Strano che avvenga, tra l’altro, in occasione di uno spettacolo che in modo pacifico poteva rientrare nella categoria della medietas. La produzione scaligera, pompata mediaticamente come una première da 7 dicembre, con tanto di ospitalità su Rai 3 di Chailly e Salvatores (ovviamente anch’essa oggetto di disappunto), non offriva infatti né infamie né glorie. Musicalmente la direzione di Chailly è sembrata pulita, rigorosa, compatta, sì forse troppo controllata, carente rispetto al guizzo che richiederebbe una partitura di tal fatta, ma rimane inconcepibile la smaccata contestazione del pubblico o la polarità della critica.

Idem per la regia. Certo, non c’erano grandi idee nella scrittura di Salvatores, a cominciare dall’acrobata: insufficiente a condensare una visione nell’ouverture iniziale (sarebbe forse stato meglio il sipario chiuso) e nel corso dell’opera presenza non poi così efficace, tanto drammaturgicamente quanto coreograficamente; non era nemmeno l’unica ad “attivare” le mutazioni (giacché altri personaggi, oltre a lei, mettevano in funzione le sceniche macchine). Gratuito poi l’innesto del magistero marionettistico dei Fratelli Colla, solo in principio supportato da un teatrino e poi disperso in piccoli inserti di “doppiaggio”. Ingenui apparivano anche altri segni, uno tra tutti l’ombrello alla Vettriano in mano a Lucia nel numero 15, ingiustificato così come l’insulso e pretestuoso siparietto “da pioggia”. Ma irrisolta era di già la scenografia, con teoria di quinte a corte e prospetto mobile a strada.

Era necessario buare? Chissà. No di certo per la prova dei cantanti. Il cast era infatti oltremodo dignitoso: Rosa Feola è graziosa, con bella voce ma poco smalto negli acuti; Teresa Iervolino è solida sul pentagramma e disinvolta nel personaggio; Serena Malfi ha minor peso specifico, non già minore capacità. Buona la performance di Paolo Bordogna, discreta quella di Edgardo Rocha, un Giannetto dalla garbata linea di canto seppur un po’ velata. Le menzioni di merito vanno sicuramente a Michele Pertusi, per la varietà delle dinamiche, e ad Alex Esposito, per il suo vigore vocale e drammatico. Visto che ciascun vuol dir la sua anche noi abbiamo detto la nostra; ma è chiaro: tot capita tot sententiae!   

 

Foto di copertina: Ph. Brescia – Amisano, Teatro alla Scala