Joshua Bell incanta Udine

Il violinista statunitense si è esibito con la Frankfurt Radio Symphony diretta da Andrés Orozco-Estrada





di Alessio Screm

Il primo solista che ha eseguito il Concerto in mi minore op. 64 per violino e orchestra di Mendelssohn è il violinista Ferdinand David, destinatario dell’opera. Era il 13 marzo del 1845, al Gewandhaus di Lipsia. Sul podio il danese Niels Cade. L’autore, malato, non c’era. Nell’ottobre dello stesso anno la replica. Fu Felix stesso a dirigere. Un successo. La terza grande esecuzione è del 1846 con solista Camillo Sivori, al quale l’autore offrì come segno di stima la parte di violino autografa. Una quarta è dell’ottobre 1847, con protagonista un giovanissimo Josef Joachim. Presente anche Mendelssohn, sul fine di vita. Sarebbe morto di lì a un mese.

A 170 anni da quest’ultima storica esecuzione, dopo che altri celebri violinisti, come Heifetz, Milstein, Stern, Perlman, l’hanno interpretata nel corso del Novecento, lasciando una firma indelebile anche nelle loro registrazioni, ora la paternità solistica di questo caposaldo bisogna spartirla anche con Joshua Bell, che non ha bisogno di presentazioni.
L’ha dimostrato chiaramente in un affollato Teatro Nuovo Giovanni da Udine mercoledì scorso, assieme alla Frankfurt Radio Symphony diretta in maniera eccellente dal colombiano Andrés Orozco-Estrada, violinista oltre che direttore.
Un lavoro immane che costò al fautore non poche fatiche, dove virtuosismo e rigore, invenzione tematica e brillantezza si assecondano vicendevolmente in un vortice di grandezza. La complicità tra Bell, Orozco-Estrada e l’Orchestra, era più che palpabile, tangibile, materica, per un’esecuzione con soluzione di continuità, come suggerisce la stessa struttura, che ha immerso il pubblico in quel Romanticismo felice proprio di Mendelssohn, dove la forma compiuta ereditata dal Classicismo di Haydn e Mozart, si interseca appassionatamente con le simmetrie e gli impasti timbrici sperimentali del sinfonismo ottocentesco.

I tre grandi movimenti si sono susseguiti nel tratto distintivo della somma eleganza, dell’equilibrio limpido senza ostentazioni, pur il virtuosismo innegabile e l’ambivalenza a tratti esasperata di queste pagine pregne, dove l’intesa tra solo, tutti e sezioni, nel caso di mancamenti, svanirebbe in un attimo sotto l’imponente architettura, senza salvezza.
Così non è stato. Tutt’altro, ben altro al Teatro Giovanni da Udine. Gli attacchi, i piani dinamici finemente cesellati, la prosecuzione tematica, il gioco d’impasti timbrici, le articolatissime cadenze, le trame polifoniche di rimandi e riprese, il pathos prudente ma carico di lirismo, sono stati i tratti distintivi di una tavolozza sonora superlativa, per un quadro musicale, un trittico, di sublime magniloquenza.
Dal podio Orozco-Estrada non ha risparmiato la veemenza, la generosità del gesto, il controllo sottile dei dettagli che l’Orchestra ha reso in gran stile, forte personalità, qualità rinvigorite dalla prova ardita di Joshua Bell, inseparabile dal suo Stradivari Huberman del 1713. Eccezionale, pulitissimo, elegiaco fino all’imbarazzo, intonatissimo sempre, qui compiutamente mendelssohniano. A conferma d’essere tra i migliori violinisti, se non il migliore, della sua generazione.

Che dire poi delle mirabili cadenze, così nell’Allegro molto appassionato iniziale e nell’Allegro molto vivace di chiusura, per un tempo in forma di rondò-sonata, per non parlare di quella romanza senza parole che è l’Andante, nella veste di lied tripartito. Un capolavoro eseguito a sommi livelli, con un pubblico trasognato che a fine prova si è risvegliato da un sogno incantevole e incantatore, prodigando ripetuti applausi al maestoso insieme. Rientrato più volte sul palco, senza violino, all’ennesimo richiamo Joshua Bell non ha potuto rifiutare un bis, sublime anch’esso, eseguito con leggerezza di tocco inaudita, nel nome di Bach.

È stata poi la volta della colossale Quinta Sinfonia di Mahler. Tre grandi movimenti formati da diversi e corposi episodi contrastanti, massicci e poderosi, per un’ora ed oltre di esecuzione, inappuntabile ed estatica, per cui si farebbe male a tentare una sintesi. Un laborioso attrito d’intenzioni, tensioni e rilasci, drammi e slanci vitali, la prima delle grandi opere in cui l’autore rifiuta la presenza della voce, per un’immersione totale nell’oceano strumentale. Dalla Marcia funebre processionale aperta dalla tromba al Brioso di chiusura, passando attraverso lo straordinario Scherzo capeggiato dal corno solista, nelle ambivalenze tra tragico e giocoso, tra ritmi di danza dal sapore di laendler, di valzer e variazioni, di lied e di rondò, nell’inesauribile vena creativa di Mahler, la Frankfurt Radio Symphony – come si direbbe – non ha mancato un colpo, centrando ogni “tiro” attraverso l’infallibile mira musicale di Andrès Orozco-Estrada.