Jeffrey Tate incanta la laguna

Lo scorso 5 maggio il direttore inglese è stato protagonista sul podio del Teatro Malibran di Venezia





di Letizia Michielon

Una eleganza raffinata, librata sulla misura e l’attenzione agli equilibri strutturali, caratterizza le interpretazioni di Jeffrey Tate, acclamato protagonista al Teatro Malibran di Venezia di un secondo appuntamento nella città lagunare, inserito nell’ambito della stagione sinfonica della Fenice.

Nella prima parte del programma, tutta dedicata a Rossini, Tate spoglia di ogni eccesso romantico l’Ouverture del Guillaume Tell, lavoro con cui il pesarese si  congeda per sempre nel 1829 dal mondo del teatro. Il Maestro inglese trasfigura il descrittivismo latente di queste pagine in una prospettiva classica che prende le distanze dalla tentazione di trarne una sorta di poema sinfonico in miniatura, esaltando invece le qualità puramente musicali dei quattro quadri di cui l’Ouverture si compone, grazie al rilievo attribuito alla chiarezza delle proporzioni formali e alla limpidezza dell’orchestrazione.

Si crea così un asse coerente con lo sguardo idealizzante e nostalgico evocato da  Benjamin Britten nelle due suites dedicate al pesarese, elaborate tra il 1930 e il 1941. I cinque scherzi che compongono le Soirées musicales op. 9, commento sonoro a La dotesilhouette cinematografiche di Lotte Reiniger, non citano Rossini ma ne imitano lo stile di scrittura con rara efficacia. Ne esce un mondo avvolto da atmosfere incantate, rese a-storiche nella loro assolutezza. Una sorta di regno utopico del canto e della bellezza, del gioco e della favola, che trova eco anche nel cosmo di cristalli delineato dalle Matinées musicales op. 24, composte su incarico di Lincoln Kirstein per uno spettacolo dell’American Ballet Companyun.

Dopo questo omaggio rossiniano, irrompe come un torrente in piena la travolgente energia della Settima Sinfonia di Beethoven, considerata da Adorno la sinfonia per eccellenza e da Wagner l’apoteosi della danza. Seppur immerso nel mondo della musica assoluta, Tate non ignora le tentazioni operistiche dell’introduzione che nella sua ampiezza sintetizza e scolpisce le linee di forza di un’opera attraversata dall’ansia di rinascita e dall’incalzare del nuovo. L’ombra  spettrale e nostalgica dell’Allegretto, con i suoi chiaroscuri modali, viene analizzata con trasparenza esemplare da Tate nella sezione fugata: la forma può dire la morte e grazie a ciò la trascende.

Ma la vita torna ad incalzare nello Scherzo e soprattutto nell’Allegro con brio conclusivo, ove l’orchestra sembra mutarsi in un unico grande corpo sonoro. Urge incontenibile la forza del ritmo, della creazione e Tate sottolinea con vigore i nessi anche tematici con le visioni cosmogoniche della Nona. Ovazione finale per il Maestro Inglese, recentemente nominato Knight Bachelor dell’Impero Britannico dal Duca di Cambridge a Buckingham Palace.

Foto di copertina, Ph. Michele Crosera