Jeffrey Tate incanta la Fenice

Successo per il direttore inglese sul podio dell’Orchestra veneziana. In programma l’Incompiuta di Schubert e la Sinfonia n. 3 di Casella





di Letizia Michielon

Quando Schumann riscoprì in casa del fratello di Schubert il manoscritto della Sinfonia in do maggiore scrisse che «essa ci conduce in una regione dove non possiamo ricordare di essere già stati prima». La stessa impressione coglieva venerdì sera (7 aprile) l’ascoltatore fin dalle prime misure della celebre Incompiuta, l’Ottava Sinfonia, eseguita postuma solo nel 1865 presso la Gesellschaft der Musikfreunde di Vienna e riletta in questi giorni alla Fenice da un gigante del nostro tempo, Jeffrey Tate, ritornato nel Teatro veneziano per due appuntamenti inseriti nell’ambito della Stagione Sinfonica.

Il suo gesto misurato, attento a valorizzare le strutture ma sempre sensibile al fascino racchiuso nei trasalimenti poetici restituisce con immediatezza l’impressionante intuizione tragica schubertiana capace di indagare il senso dell’esistenza da una prospettiva che trascende la storia e le sue utopie. Una sorta di volontà schopenhaueriana sembra incarnarsi nell’Allegro moderato in cui pulsa il mistero inquietante di un principio nichilistico (Il Mondo come volontà e rappresentazione viene pubblicato nel 1819, qualche anno prima della composizione della Sinfonia, elaborata nel 1822). Tate illumina questa agghiacciante presa di coscienza che getta un’ombra spettrale sul destino dell’uomo e i suoi vani desideri di felicità. L’imponenza e l’originalità della via schubertiana sembrano consistere, per Tate, proprio nel coraggio con cui questa consapevolezza s’impone e nella forza di reazione che anima l’Andante con moto, un baluardo eretto contro il dilagare di una forza nichilistica divorante.

Nella contrapposizione quasi tellurica tra gli unici movimenti conchiusi (del terzo possediamo, come è noto, solo l’inizio della strumentazione) vi è già tutto ciò che serve per ritenere l’opera dotata di senso compiuto, come già osservava Sablich, secondo il quale essa «fu lasciata così com’era perché destinata alle visioni che le appartengono, quelle dell’infinito».

Della Terza Sinfonia op. 63 di Alfredo Casella, tra i lavori orchestrali più significativi del compositore torinese, Tate esalta invece la vocazione costruttiva di matrice classica, suggerendo con eleganza le molteplici componenti stilistiche sapientemente sintetizzate dall’autore, attratto da Mahler, Stravinskij, Ravel e dal sinfonismo russo. Elaborata tra il 1939 e il ‘40, per celebrare il cinquantesimo della fondazione della Chicago Symphony Orchestra, l’opera utilizza un organico imponente e una ricchezza coloristica che non fa perdere mai di vista l’equilibrio delle masse orchestrali e il saldo disegno architettonico. Sotto la guida di Tate l’orchestra veneziana scolpisce e interseca superfici sonore squadrate, gonfie di luce ma anche di ombre talvolta struggenti, come accade nella melodia presentata dai violini nell’Andante molto moderato, eco lontana del disegno dell’oboe con cui esordiva il primo movimento. Successo caloroso con particolare ovazione per il direttore inglese.