Die Frau ohne Schatten: a Berlino un’opera “a metà”

Non convince del tutto l’allestimento in scena allo Staatsoper im Schiller Theater con la regia di Claus Guth e la direzione di Zubin Mehta





di Carla Andrea Fundarotto

Benché interessante e fedele al libretto di Hofmannsthal, l’allestimento di Claus Guth per Die Frau ohne Schatten, ha collezionato pareri assai contrastanti da parte del pubblico dello Staatsoper im Schiller Theater di Berlino. Per la premiere del capolavoro straussiano, infatti, c’è stato chi uscito dalla sala, non ha esitato a manifestare il proprio dissenso o consenso con toni tra i più accesi, da vero e proprio parapiglia. Evento che potrebbe apparire certamente assai insolito agli occhi di chi ben conosce il pubblico nordico.

Il perché, con buone probabilità, risiede nell’assuefazione che una vasta fascia di appassionati, ha sviluppato nei confronti di noti registi contemporanei, i quali trovano interessante stravolgere quel filo conduttore che ogni lavoro operistico dovrebbe piuttosto conservare. Guth preferisce percorrere vie più essenziali, motivato probabilmente dalla complessità della trama. Un’essenzialità che in minima parte, sottrae un po’ forse quell’elemento magico presente nell’opera, che comunque, come è giusto che sia, viene restituito immediatamente dalla fiabesca musica di Richard Strauss.

La direzione di Zubin Mehta, invece, è da definirsi di un’eleganza, che di questi tempi, raramente conosce eguali alla guida della Staatskapelle. Mehta è un maieuta che sfruttando l’empatia, con dedizione tutt'altro che egoistica, tira fuori tutto il meglio che questa orchestra ha da offrire. Il cast è variegato. Non convince Burkhard Fritz (l’imperatore), la cui voce appare usurata, soprattutto nello stentato raggiungimento del registro più acuto (essenziale nel suo ruolo) dettaglio che appare evidente nel secondo atto e nel finale, quest’ultimo portato a compimento per ragioni legate meramente al caso. 

Dal forte impatto scenico e dalle pregiate doti vocali, incisiva nelle parti di agilità, è stata invece Michaela Schuster (la nutrice). In una sola parola: flebile, Camilla Nylund (l’imperatrice) sarebbero state gradite oltretutto coloriture più estese e trilli più fluidi, vista la complessità del ruolo in questione. Tecnicamente impeccabile e vibrante Iréne Theorin (la moglie del tintore), eccellente soprano drammatico. Accurato Wolfgang Koch (il tintore). Decisamente poco gradevole all’udito il coreano Jun-Sang Han (il giovane) che ha mostrato di avere evidenti problemi di pronuncia. Convincente Narine Yeghiyan (la voce del falco). Dignitosi Karl-Michael Ebner, Alfredo Daza, Grigory Shkarupa (rispettivamente: il gobbo, l’uomo senza un occhio, l’uomo senza un braccio). Fuori forma è apparso invece Roman Trekel (il messaggero), sebbene si sia trattato di una parte non certamente di spicco, non è riuscito ad evitare che l’orchestra sovrastasse la sua voce nelle parti più acute. Tirando le somme, la si potrebbe definire un’opera riuscita a metà, in sé Die Frau ohne Schatten ha molto di più da offrire.