Tra giovinezza e naïveté: La bohème al Teatro Verdi di Padova

Il capolavoro di Puccini, con le recite del 29 e del 31 dicembre, chiude la stagione lirica 2016. Sul podio il giovane Eduardo Strausser, al tavolo di regia Paolo Giani





di Paolo Cattelan

Come ultima opera della Stagione Lirica di Padova del 2016, proprio l’ultimo dell’anno, il direttore artistico Federico Faggion ha scelto La Bohème di Puccini che va in scena con il giovane Eduardo Strausser sul podio alla guida dell’Orchestra Filarmonica Veneta e con Paolo Giani a firmare regia, scene e costumi. Lo spettacolo propone un deciso déplacement della cornice storico-culturale del capolavoro pucciniano, nato nel 1895 in pieno fermento fin de siècle, senza dubbio interferendo nella delicata questione del “realismo musicale” che emblematicamente già nel libretto si esplicita in una diversa denominazione delle parti dell’opera: non più atti, ma quadri a significare che sono le situazioni, gli ambienti sociali di una umanità ineluttabilmente collocata nella realtà, i veri protagonisti del dramma di cui i personaggi sono semmai il frutto, la conseguenza predeterminata. Ma questa è solo la causa scatenante storica di Bohème, come ben si sa e nessuno potrebbe azzardare il contrario, è un’opera che non conosce stanchezza e le sue presenze in cartellone si moltiplicano anno dopo anno, e la musica sopporta bene anche gli straniamenti registici e scenografici soprattutto se misurati da una conoscenza dall’interno della partitura. Il che rappresenta in effetti il modus operandi di Giani. La sua chiave interpretativa sta nella sintesi/riduzione del contenuto, nel minimalismo degli elementi simbolici che diventa ironico discorso sul rapporto tra giovinezza e naiveté, tra leggerezza e superficialità. Cosí si apre il sipario su una scena spoglia: cumuli di libri non letti, pietrificati, irrorati da un algido chiarore lunare in un ambiente irreale che non si sa se è una soffitta o l’angolo di una strada che serve da ritrovo ai clochards: nel secondo quadro il Momus-Café è diventato una discoteca dove Musetta non esita a salire sul cubo. Ma tutto ciò funziona bene, anche grazie ai costumi che, intelligentemente, rispecchiano il modo corrente giovanile di vestirsi anche se questo sembrerebbe stridere con l’idea del bohémien intellettuale che è restata incrostata nell’immaginario collettivo, ma i tempi cambiano.

L’ironico dubbio, la dialettica di cui sopra (tra giovinezza e naiveté, tra leggerezza e superficialità), trova un pieno, forse non casuale riscontro anche nelle voci dei giovani cantanti prescelti dalla direzione artistica. Soprattutto i maschi, che sono, a parte l’indisposto Giorgio Berrugi (che alla Prima ha fatto quello che poteva per non interrompere lo spettacolo) egregiamente sostituito dal tenore leggero Giordano Lucà, il Marcello di Gezim Myshketa, lo Schaunard, di Daniel Giuliani, Colline di Gabriele Sagona: tutti timbri schietti e appropriati a un’ideale categoria di giovinezza e di goliardia (siamo in Padova!) senza remore interiori. Le ragazze, invece, oltre che belle vocalità sono vocalità che lasciano intravvedere una diversa e più profonda umanità, un’altra metà del cielo di cui piace pensare che Puccini non sarebbe scontento: la Mimì di Maija Kovaleska e la Musetta di Mihaela Marcu. Buone le compagini orchestrali e corali dirette con eleganza da Strausser, e, in particolare il coro di voci bianche preparato da Marina Malavasi. Teatro gremito, successo pieno.