Abisso e luce della “Quinta” di Mahler

Debutto ufficiale di Juraj Valčuha come direttore musicale dell’Orchestra e del Coro del Teatro di San Carlo di Napoli





di Umberto Garberini

Una magistrale esecuzione della Quinta Sinfonia di Mahler ha suggellato il debutto ufficiale del neodirettore musicale principale dell’Orchestra e del Coro del Teatro di San Carlo, Juraj Valčuha. Il concerto, fuori abbonamento, è stato realizzato con il supporto di Generali Italia attraverso il progetto Valore Cultura, rivolto ai giovani under 30 e in modo particolare ai partecipanti dei laboratori di formazione del Teatro di San Carlo.
Ad aprire il programma la Passacaglia op. 1 di Anton Webern, brano del 1908, che introduceva all’ascolto di un linguaggio musicale ormai in crisi, collassato e depotenziato, spinto al limite del silenzio e del vuoto che tutto inghiotte.
Quindi la grandiosa pagina mahleriana, creazione paradigmatica della complessa poetica del suo autore, visione del mondo e opera autobiografica, composta fra il 1901 e 1902 come pegno d’amore per la giovane sposa Alma Maria Schindler.

Dal tronco di tre ampie sezioni si diramavano cinque emblematici movimenti, quasi a segnalare altrettante tappe di una vita interiore. Dall’esordio sarcastico, un rutilante squillo di tromba, come una fanfara militare, che invece altro non è che un annuncio oscuro, si snodava una lugubre e grottesca processione funebre: inesorabilmente la musica riempiva e invadeva lo spazio circostante, evocava immagini e presentimenti angosciosi, avvolgeva e comprimeva il respiro con la sua ombra incombente, fino a squarciare e a dilaniare l’aria che esplodeva con inaudita violenza nel secondo movimento (Stürmisch bewegt. Mit größter Vehemenz / Tempestosamente mosso. Con la massima veemenza).

L’orchestra, come un organismo vivente, sembrava soffrire e dimenarsi in preda a un dolore lancinante, si tendeva in uno sforzo estremo, si frantumava in mille schegge di suoni, come altrettante grida disperate: superbo il controllo e la resa tecnica, l’effetto divampante di scarica elettrica e magma sonoro incandescente che scuoteva e travolgeva interpreti e pubblico.
Dalla dissoluzione e dalle macerie non resta che rifugiarsi in un passato mitico e fantastico, in cui solo la reminiscenza, la nostalgia e il rimpianto possono salvare o lenire momentaneamente un’anima devastata dai furiosi colpi inferti: la terza parte della sinfonia era dominata da un vigoroso Scherzo, rievocazione primordiale del ritmo e di un folclore antico e surreale, fra movenze di Ländler e tenerezze melodiche dal carattere rustico e umoristico, in un variopinto turbinio come una danza vorticosa ed estenuante che si espande in larghi giri fino a toccar le stelle, nel vano tentativo di rendere eterno l’istante di un sogno. Sonorità lievi, aeree, velluto degli archi su cui si stagliava il timbro morbido e rotondo degli ottoni, con i corni magnificamente in primo piano.

Ma l’unico rimedio alla distruzione e al male è l’amore, stato di grazia soprannaturale, sentimento misterioso e sublime che si incarnava nelle delicatissime e trasparenti trame del celebre Adagietto, in un’atmosfera rarefatta, pudicamente sussurrata, in una scrittura essenziale dal taglio cameristico: dolcissime le arcate melodiche appena punteggiate dall’accompagnamento della sola arpa, quintessenza della felicità, rinascita a se stessi di un mondo non più ostile, ora finalmente amato e compreso come un miracolo di bellezza.
All’insegna di questa catarsi spirituale, il Rondò conclusivo ricapitolava e trasfigurava trionfalmente tutto l’excursus precedente, epilogo luminoso e supremo approdo di un lungo travaglio nell’abisso della coscienza: temi, procedimenti e spunti riapparivano rianimati da vita nuova, purificati e potenziati al massimo grado in una sintesi travolgente di straordinario virtuosismo orchestrale e abbagliante tavolozza timbrica, come un inno di gratitudine e gioia esaltante, prova definitiva di magnetico carisma del neodirettore musicale e sigillo del recente patto di collaborazione.