Don Giovanni (Nmon Ford) e Leporello (Andrea Concetti)
di Mara Lacchè Nel corso del secolo romantico, il filosofo danese Sören Kierkegaard parlava del Don Giovanni (1787) come del capolavoro mozartiano: con quest'opera, Mozart «entra in quella eternità che sta al di fuori del tempo ma proprio nel mezzo di esso, non nascosta da alcun velo agli occhi, degli uomini» (Enten-Eller, 1843). Tale capolavoro di classica perfezione, seconda opera che, tra Le nozze di Figaro e Così fan tutte, suggella la celebre "trilogia" italiana, frutto del fortunato connubio con il geniale librettista Lorenzo Da Ponte, è andato in scena venerdì 19 marzo 2010, nel moderno Teatro delle Muse di Ancona. Nel mistero di uno spazio scenico oscuro, quasi presagio della tragica fine del protagonista di questo "dramma", anche se "giocoso", con quinte squadrate e palco in pendenza, si muove il seduttore protagonista della vicenda. L'idea di Pierluigi Pizzi, regista, scenografo e costumista dell'opera, forse più adatta ad un teatro piccolo e raccolto, come il settecentesco Lauro Rossi a Macerata, dove l'allestimento era già stato presentato nell'ambito del Macerata Opera Festival dell'estate 2009 (e dove era stato riproposto, in maniera del tutto simile per l'oratorio in forma scenica di Haendel, Il trionfo del Tempo e del Disinganno – si veda www.amadeusonline.net/primafila.php?ID=1250256547), mantiene, nonostante la sensazione inevitabile di déjà vu, una sua efficacia scenica, in particolare per l'idea della botola che conduce ad una sorta di cunicolo sotterraneo, funzionale nascondiglio per le scorrerie del seduttore e del servo Leporello, ma anche degli altri personaggi. In questa ambientazione, già definita come "nuda e cruda" dalla critica, ben pochi sono gli elementi scenici, che come i colori degli abiti settecenteschi dei protagonisti, si caricano di un forte significato simbolico. È il caso del letto, dalle lenzuola di un bianco abbagliante: su di esso è disteso Don Giovanni alla sua prima apparizione, durante l'Ouverture, nell'allegro che evoca il carattere giocoso dell'opera, prima della vestizione in un rosso nobiliare e passionale. È ancora il luogo in cui Leporello (lo straordinario basso buffo Andrea Concetti) assolve in pieno il suo ruolo di doppio, amoreggiando con Donna Elvira, sempre in un giallo-gelosia, mentre enumera le conquiste del padrone nella celeberrima "Aria del catalogo"; ma è anche il letto "virginale" di una eterea, pallida Donna Anna (di nero vestita solo nella scena del lutto e della mascherata), luogo del misfatto iniziale, la "presunta" violenza che porterà all'uccisione, all'inizio dell'Atto I, del Commen datore (il basso Gudjon Oskarsson), figura paterna prima e messo divino poi. La gestualità dei personaggi fin dall'inizio appare esageratamente caricata: dall'ambiguità della figlia del commendatore, interpretata dall'affascinante e freddo soprano Myrto Papatanasiu, all'inizio avvinghiata al suo seduttore, ma in atteggiamento distaccato nei confronti del promesso sposo Don Ottavio, personaggio scialbo ma ben interpretato, nelle celebri arie di bravura dal tenore Saimir Pirgu, alla lascivia della coppia "paesana" composta dalla vezzosa "figlia della natura" Zerlina (il soprano Manuela Bisceglie) e da Masetto (lo "spento" basso William Corrò), nella scena dello sposalizio e nelle arie di seduzione "Batti, batti, o bel Masetto" o "Vedrai carino"; dalla passionalità di Donna Elvira, personaggio drammatico che mantiene una discendenza da opera buffa, affidato al soprano Carmela Remigio, molto intensa nell'aria "Mi tradì quell'alma ingrata", ma fin troppo rozza nei suoi atteggiamenti e nei recitativi, alla sfrontatezza e alla carica sessuale di un Don Giovanni, che butta "in faccia" allo spettatore una sensualità fin troppo esplicita rispetto all'erotismo palpabile ma sublimato dalla musica mozartiana. Il baritono panamense-americano Nmon Ford, nonostante l'affascinante presenza scenica, non è sembrato in grado di sostenere la personalità debordante, titanica secondo l'interpretazione del "dissoluto" nel periodo romantico (a partire appunto da Kierkegaard), che ne fa protagonista assoluto dell'opera, sempre presente anche quando fisicamente assente. Vocalmente un po' debole nel celebre duetto con Zerlina ("Là ci darem la mano") o nella famosa serenata ("Deh vieni alla finerstra, o mio tesoro"), questo Don Giovanni si è comunque rivelato in una dimensione eroica nella scena della cena con il Convitato di Pietra, il fantasma del Commendatore, e in particolare nel momento in cui impressionanti creature infernali (mimi dal corpo nudo dipinto di bianco, provenienti dal cunicolo sottostante il palcoscenico), simili a dannati di tanti giudizi universali, in un inquietante chiarore spettrale, trascinano il peccatore impenitente negli inferi. Ma è nel chiarore del giorno che si conclude l'opera, con il famoso concertato finale, necessario "ritorno all'ordine" secondo i canoni morali tipicamente settecenteschi. Malgrado le difficoltà del direttore Asher Fisch, alla testa dell'Orchestra Filarmonica Marchigiana, con l'Orchestra fiati di Ancona e il Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini" (e David Crescenzi come maestro del coro), a tenere a bada i cantanti, in particolare nei velocissimi recitativi e complessi concertati, la musica ha comunque ancora una volta fatto rivivere quella "genialità sensuale" che, per concludere con le parole del filosofo citato all'inizio, fa del mito dongiovannesco un'idea«assolutamente musicale» e del "dramma giocoso" mozartiano, un'opera che non va vista, ma ascoltata: «ascoltate la sfrenata concupiscenza della passione, il sussurrare dell'amore, il mormorio della tentazione, il vortice della seduzione; ascoltate il silenzio dell'attimo – ascoltate, ascoltate; ascoltate il Don Giovanni di Mozart! » (Sören Kierkegaard, Enten-Eller, 1843).
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