Dedicato alla “Sonata”

Domenica 19 febbraio Michele Fedrigotti ed Enrico Casazza saranno in concerto alla Palazzina Liberty di Milano, con un programma tra Mozart e Schumann, Classicismo e Romanticismo



Il violinista Enrico Casazza (© Milano Classica)

Il pianista Michele Fedrigotti e il violinista Enrico Casazza sono i protagonisti a Milano del nuovo concerto della Stagione da Camera di Milano Classica per Palazzina Liberty in Musica, domenica 19 febbraio alle ore 10.45 in Palazzina Liberty. Dedicato alla Sonata il programma, che da Mozart a Schumann inanella una serie di pagine “amate” dai due musicisti, sonate celeberrime, appunto, tra Classicismo e Romanticismo.
In programma la Sonata n. 32 in fa maggiore KV 376 di Wolfgang Amadeus Mozart, la Sonata n. 5 in fa maggiore op. 24 “La Primavera” di Ludwig van Beethoven e la Sonata n. 1 in la minore op. 105 di Robert Schumann.

Dal programma di sala
1781: è l’anno di composizione della Sonata n. 24 per violino e pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791). Non è un anno qualsiasi questo per il musicista austriaco: dopo una giovinezza passata ad “esibirsi in giro” per le lussuose stanze dei nobili palazzi europei, nel 1769 riceve il primo incarico stabile nella sua città natale. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di viaggiare ancora in lungo e in largo; torna nuovamente a Salisburgo nel 1773, assunto alla corte dell’Arcivescovo Colloredo. Qui lavorerà tra alti e bassi sino al 1777, anno in cui chiede al suo “datore di lavoro” di assentarsi dalla città; vi rientrerà solo nel 1779. Salisburgo è però ormai troppo stretta per lui, troppo provinciale. Il suo carattere di genio musicale non può accettare di sottostare a regole, tempi di lavoro ed etichette che gli vengono imposte dall’alto; così, proprio a metà del 1781 si trasferisce nella città che gli porterà da un lato fama e gioia, dall’altro dolori e fatiche: Vienna. Qui compone subito quattro sonate per pianoforte e violino (tra cui la “nostra”) che, insieme a due di poco precedenti scritte a Mannheim, andranno a formare la prima raccolta pubblicata da Mozart proprio a Vienna. Per la freschezza d’idee, esse saranno l’ottima prima carta di presentazione del musicista di Salisburgo alla società della capitale austriaca. Il primo movimento della “nostra” Sonata appare come un gioioso gioco tra piano e violino: uno espone un’idea musicale, l’altro la ripete, leggermente variata. L’Andante mostra una caratteristica tipica della musica mozartiana: scorre quasi spontanea, come un fluire d’idee, già compiuta e perfetta; non vi è segno di sforzo alcuno in questo delicato movimento. Il Rondò finale corona la Sonata che brilla per una certa gentile giocosità: è un movimento più complesso dei precedenti - ma non per questo macchinoso -, in cui i due strumenti dialogano tra loro con quella vivacità che, appunto, permea l’intera Sonata.

Il pianista Michele Fedrigotti (© Milano Classica)

Per quanto le date della loro vita li indichino come cronologicamente molto vicini, Mozart e Beethoven (1770-1827) appartengono a due mondi completamente differenti. Ciò dipende non solo da inclinazioni e scelte di vita personali, ma anche dal corso della storia. Il maestro di Bonn, infatti, vive l’adolescenza nel periodo della Rivoluzione francese e, successivamente, è testimone dell’ascesa napoleonica: la musica si carica non solo di affettività, di una privata sensibilità, ma anche di forti nuovi ideali. Composta proprio a Vienna nel 1800, la Sonata per violino e pianoforte op. 24 porta il titolo “La Primavera”, di poco successivo alla composizione. Cosa di bucolico abbia questa Sonata è tutto da scoprire: forse, più che alla stagione come momento di lento e poetico risveglio del mondo dopo il freddo invernale, nell’appellarla così si pensò alla forza creativa che in questo momento dell’anno si sprigiona; a quel vigore che, nonostante il passare dei rigidi inverni, sempre, puntualmente fa sbocciare fiori e frutti laddove sembrava impossibile. Senza arrivare ai livelli di quella che sarà la sonata Kreutzer, è da subito evidente la differenza tra il frizzo elegante della composizione mozartiana e il contrasto passionale che anima invece questo brano: i due strumenti raramente si accompagnano, ma piuttosto litigano, lottano; non si compenetrano ma affermano ognuno la propria forte individualità. Questa “presa di coscienza di sé” da parte degli strumenti e la tensione che essa crea all’interno della Sonata fa pensare a un Beethoven che scrive, riscrive, corregge e modifica; come se, più che un contrasto tra enti diversi, prenda corpo una lotta – alle volte più cruda, altre più attenuata – tra due volti della medesima realtà.

La breve e tormentata vita del tedesco Robert Schumann (1810-1856) contribuì a renderlo uno dei portabandiera della musica romantica. Nel 1851, anno di composizione della Sonata op. 105, egli si trova a Düsseldorf, dove si era da poco trasferito con la famiglia per assumere l’incarico di direttore musicale della società corale. Solo in questo momento, all’età di 41 anni, Schumann si accosta al genere della sonata per violino e pianoforte (ne scriverà soltanto tre); più in generale, il nostro si cominciò a occupare di musica da camera solo dal 1842; precedentemente si era dedicato esclusivamente al pianoforte. Venendo all’op. 105, il primo appassionato movimento è in forma sonata e s’inaugura con un inquieto tema sincopato che sarà la base per lo sviluppo melodico della prima parte del brano. Il secondo movimento (Allegretto) si apre a una leggera positività, passando da momenti di maggiore cantabilità ad altri quasi danzanti. Anche il terzo movimento (Allegro) è in forma sonata e presenta inizialmente una scrittura imitativa: violino e pianoforte ricalcano la movimentata parte l’uno dell’altro. Improvvisamente si passa al secondo tema e poi allo sviluppo, dove appare una nuova idea melodica. La ripresa si conclude con il vorticoso andamento di entrambi i protagonisti musicali. (Benedetta Amelio)

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