Vulcanico e irresistibile

Dopo la scomparsa, un ritratto di Georges Prêtre, direttore d'orchestra prediletto da Maria Callas, interprete capace d'incantare pubblico e musicisti





di Massimo Rolando Zegna

Il 22 febbraio dello scorso anno il suo ritorno al Teatro alla Scala di Milano sul podio della Filarmonica era stato accolto con un entusiasmo da stadio: un abbraccio appassionato, reso affettuoso dalle ovazioni e dal lancio di fiori. E sul palcoscenico milanese sarebbe dovuto tornare a metà marzo, per la stagione sinfonica del Piermarini. Ma al nuovo appuntamento questa volta non ci sarà, perché Georges Prêtre – uno dei più grandi direttori d'orchestra di sempre, un mito del podio – ci ha lasciati ieri 4 gennaio, a novantadue anni: mentre si trovava nella sua casa di Navès, un piccolo comune della regione del Midi-Pirenei, nel Sud della Francia.

Era nato il 14 agosto 1924 nel comune di Waiziers, ed era cresciuto nella campagna francese del Nord della Francia. Aveva studiato prima al Conservatorio di Douai e poi a quello di Parigi. Dopo il diploma in tromba, aveva avviato la carriera di direttore d'orchestra, cimentandosi subito col genere più complesso: quello del teatro d'opera. Forse, fu proprio per questo se inizialmente talvolta si mascherò dietro al cognome della madre: Dherain.

Il debutto che fece la differenza fu quello che lo vide sul podio dell'Opéra-Comique di Parigi: sul leggio Capriccio di Richard Strauss. Era il 1956: ovvero l nascita di una bacchetta/leggenda. Sarebbe stata una delle preferite da Maria Callas: tanto per dire. Poi, sul finire, dopo aver fatto storia, si sarebbe progressivamente allontanato dal mondo del melodramma: troppo poco tempo per un vero lavoro d'equipe; troppo complicato radunare una compagnia di canto omogenea e di spessore; troppo invadenti e poco umili i nuovi registi, incapaci di comprendere che il gioiello che si posa sul palcoscenico è quello della musica.

Prêtre era un oratore torrenziale e vulcanico: mentre parlava non smetteva mai di gesticolare e di lanciare lampi d'entusiasmo dagli occhi color azzurro-grigio. Diresse tante orchestre importanti, rapporti privilegiati li cucì con l'Orchestre National de France, la Chicago Symphony Orchestra, i Berliner Philharmoniker, fu Direttore ospite principale dei Wiener Philharmoniker, eppure diceva che non gli piacevano i "matrimoni" con le formazioni orchestrali, che preferiva sentirsi piuttosto un fidanzato. Non però un sultano che passava da un podio all'altro come se fosse in un harem: perché quando si fa musica assieme l'amore è fondamentale.

Il profilo del volto lo aveva "smussato" negli anni della gioventù: praticando judo, karate e, soprattutto, pugilato. Ma non se l'era rovinato: tutt'altro. Lo sport gli aveva regalato uno charme tutto francese, a cavallo tra Jean Gabin e Jean-Paul Belmondo: rimasto intatto fino alla fine.

La sua anima "fisica", atletica e per nulla snob Prêtre la travasava nel suo modo di far musica, era il segreto di un’arte incantatoria e irresistibile. La sua comunicativa precisa e diretta, l'energia trascinante, la gestualità magnetica erano gli strumenti principe con cui esaltava in maniera stregonesca la passione, il lirismo, i sensualissimi ripiegamenti, ma anche con cui accendeva turbini di colore e inaudite raffinatezze.