Incontro con Massimiliano Finazzer Flory, attore e Assessore alla Cultura del Comune di Milano, protagonista di uno spettacolo dedicato al compositore boemo
di Ettore Napoli Dopo il felice esordio al festival di Spoleto all'inizio di luglio, lo spettacolo su Gustav Mahler nel 100° della nascita ideato e condotto da Massimiliano Finazzer Flory, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, arriva al Palazzo delle Arti di Napoli. L'abbiamo incontrato alla vigilia della sua partenza per la città partenopea, spinti anche dalla curiosità per una circostanza alquanto insolita, almeno in Italia: quella di un responsabile della vita culturale di metropoli che fa cultura egli stesso, in prima persona, non limitandosi dunque alla sua gestione pubblica districandosi tra difficoltà economiche e conformismo ideologico. Prima di parlarci dello spettacolo, che si avvale anche della collaborazione al pianoforte di Quirino Principe e della coreografia di Gilda Gelati (prima ballerina del Corpo di ballo della Scala), gli abbiamo chiesto a quale "ritratto" di Mahler abbia fatto riferimento: «Il mio Gustav Mahler è straniero tre volte: boemo tra gli austriaci, austriaco tra i tedeschi, ebreo in tutto il mondo. Ovunque un intruso e in nessun luogo desiderato. Ne deriva così uno spettacolo che mette in scena un Mahler a volte nervoso, in nessun luogo desiderato, ma sempre consapevolmente filosofo, convinto che si possa sublimare la morte attraverso la musica. Partendo da questa lettura, ho lavorato a uno spettacolo di un'ora e mezza con la voce narrante di Quirino Principe nel ruolo di un professore di scuola pedante, forse anche pignolo, che ogni tanto crea delle atmosfere eseguendo al pianoforte alcuni passi delle sinfonie di Mahler nella versione pianistica dello stesso compositore». E Mahler? «Mahler c'è: è al centro della scena, seduto dietro una scrivania e s'interroga sulla propria identità come si deduce dai rapporti epistolari, complessi e contradditori, con personalità come Richard Strauss, Hugo Wolf e Arnold Schönberg. Un altro rapporto che entra di prepotenza nello spettacolo è quello che lui ha avuto con la poesia». Un rapporto, aggiungiamo noi, che si può leggere su piani diversi, dal momento che oltre a servirsi di poesie altrui, Mahler su queste interveniva personalmente o le scriveva lui stesso. «Difatti. Io recito una selezione di poesie sue e dei Kindertotelieder che nello stesso tempo sono, come dire, "coreografate" dalla bravissima Gilda Gelati che si muove attorno a me con movenze di danza apparentemente improvvisate, in realtà ispirate al sentire più profondo dei versi». Prima si parlava di identità e qui il pensiero corre subito a quella ebraica. «Nel mio spettacolo Mahler s'interroga su questa questione, non nasconde le sue origini né parla della sua conversione; al contrario, pensa che la sua dimensione ebraica sia fondamentale come stimolo per un'esigenza più alta: quella dell'incontro con Dio, diretto, senza mediazioni, anche dove Dio diventa un avversario da abbattere. E credo che questo sia un passaggio molto emozionante per il pubblico. Un altro aspetto, l'ultimo, che vorrei sottolineare, proviene da una frase molto bella di Mahler, una delle tante: "Verrà il tempo in cui i viventi si accorgeranno di essere rappresentati, descritti e identificati dalla mia musica e capiranno che essa è in loro da sempre". Partendo da questa seconda affermazione, trascurata, ho selezionato una serie di testi di Mahler, in alcuni dei quali egli si pone le domande che tutti noi ci poniamo: cos'è il tempo, cos'è il ritmo, cos'è un incontro con affetto, cos'è un'attesa». Dal tono con cui ne parla si direbbe che ci sia quasi un'identificazione: «Sì, Mahler lo sento molto mio. In questo spettacolo io divento ebreo e oserei dire che si può essere ebrei senza averne il sangue ma incamminandosi lungo un percorso fatto di intelligenza ma anche di erranza. Sento che la sua struggenza, il suo male di vivere attraverso l'estetica mi appartengono; con la differenza, - conclude Finazzer Flory - che lui viveva i tempi della "finis Austriae", del tramonto di quella grande Vienna, mentre io non vedo sorgere all'orizzonte una nuova Vienna».
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