Luci e ombre per il Bergamo Jazz Festival 2017

Dal 19 al 26 marzo si è svolta la rassegna curata dal musicista americano Dave Douglas. Diversi gli ospiti internazionali coinvolti





di Franco Fayenz

Per scrivere con l’indispensabile tranquillità del Bergamo Jazz Festival 2017, bisogna sgombrare il settore dei concerti principali, o comunque speciali per altri motivi, da delusioni o problemi in certi casi attesi, in altri no. Li citiamo nell’ordine cronologico del programma. Le prima perplessità (usando un eufemismo) sono venute dal quartetto della violinista Regina Carter che ha rievocato con un secolo di ritardo il clima del quintetto dell’Hot Club de France, rendendo fra l’altro incomprensibile il suo riferimento “semplicemente Ella” (Fitzgerald). La giovane Camilla Battaglia, doppiamente figlia d’arte, ha bella voce e classe indubbia, ma dal vivo il suo gruppo – un robusto quintetto – tende a coprirla. Del sassofonista britannico Andy Sheppard si ricordano splendide imprese (un duo con la pianista Rita Marcotulli, per dirne una): questa volta invece ha offerto un concerto in quartetto insolitamente monocorde e (dispiace dirlo) soporifero. Infine, la sassofonista cilena Melissa Aldana, oggi cittadina di New York, è celebrata negli States ma è apparsa debole con il suo trio al pubblico europeo di Bergamo, giustamente esigente dopo tanti anni di esperienza.         

Il “vero” Festival 2017 è cominciato il 24 marzo al Teatro Donizetti con il duo chitarra-batteria di Bill Frisell e Kenny Wollesen e presso la Biblioteca Angelo Mai con l’ormai celebre “solo performance” al sax soprano di Evan Parker, fondata per intero sulla respirazione circolare. Il carattere estroso di Frisell preoccupava gli inquieti, ma l’affiatamento con Wollesen e l’incipit con la stupenda composizione Throughout di Frisell ha messo subito tutti d’accordo per l’intero concerto. È stato poi agevole, setacciando vigorosamente il resto del programma come d’abitudine, individuare il meglio. Ecco il violoncello solitario, e la voce e la gestualità particolari di Ernst Reijseger, personaggio ormai caro ai più consapevoli musicofili italiani. Ancora al Donizetti, molti esperti fra il pubblico hanno giudicato le “Explorations” dell’Organ Quartet del contrabbassista William Parker – con Brandon Lewis sax tenore, Cooper Moore organo e l’inarrivabile Hamid Drake batteria e percussioni – il momento di vertice del Festival (siamo d’accordo). Senza infamia e senza lode ma gradevoli all’ascolto sono apparse le undici soliste del gruppo tutto al femminile diretto dalla percussionista Marilyn Mazur (ex Miles Davis e Gil Evans). Robusto e pregevole il finale (pur con qualche smagliatura) di Enrico Pieranunzi alla testa della Brussels Jazz Orchestra con Bert Joris tromba. Assai notata e gradita l’onnipresenza del Direttore artistico del Festival Dave Douglas.