Umbria Jazz Winter: uno straordinario inverno

Paolo Fresu, Steve Wilson e Lewis Nash, Christian McBride e John Patitucci. Concerti memorabili fra molta buona musica





di Franco Fayenz   

La ventiquattresima edizione di Umbria Jazz Winter, effettuata come di consueto in cinque giorni a cavallo del Capodanno appena trascorso, sarà ricordata soprattutto per tre concerti assolutamente straordinari, ripetuti più volte secondo l’uso di questo festival. Sono il duo di Steve Wilson sassofoni e Lewis Nash batteria; il duo di Christian McBride e John Patitucci entrambi contrabbassisti; e la grande orchestra di giovani italiani – ma con la partecipazione di  Wilson, Nash e di Jay Anderson contrabbasso – diretta da Ryan Truesdell per l’interpretazione (quasi nel senso classico del termine) di due famosi dischi di Gil Evans con Miles Davis realizzati negli anni Cinquanta del Novecento, Miles Ahead e Porgy & Bess. Cominciamo da questo perché l’unico solista di tromba e flicorno, ogni volta per quasi due ore filate di musica, è stato Paolo Fresu, l’unico che in Italia e non solo poteva cimentarsi con un’impresa simile e uscirne mirabilmente vittorioso, mi si passi il termine. Ho il privilegio di seguire Fresu dal lontano 1982, in pratica dal suo esordio, e posso dire che mai l’ho sentito così perfetto, così aderente a ciò che si doveva fare – tra cui essere per l’occasione davisiano quanto bastava. Confesso di essermi commosso, la qual cosa, dopo oltre mezzo secolo di giornalismo musicale su due fronti, non mi succede davvero spesso.

Si è capito, nelle belle sale di Orvieto dove hanno suonato, che molti fra il pubblico conoscevano bene Steve Wilson e Lewis Nash, e quindi la loro incredibile simbiosi che ha ragione di due strumenti che è sempre difficile pensare insieme. Ogni volta è sempre la prima volta, si attende l’incipit con una certa ansia, ma poi il miracolo si ripete. Qualcosa di simile si può dire per Christian McBride e John Patitucci, non senza rilevare che entrambi si sono esibiti a livelli più alti in confronto ai concerti rispettivamente nel trio e nel quartetto che portano i loro nomi – forse per un sano desiderio di competizione data l’identità dei due strumenti – donando sequenze di vera estasi a chi fosse in grado di capirli nel profondo. Di passaggio, ricordo che soltanto una volta, negli annali di Umbria Jazz, ci fu un’altra battle fra i due strumenti: accadde d’estate a Perugia, negli indimenticabili Giardini del Frontone, e i protagonisti furono Stanley Clarke e Miroslav Vitous.

Ma c’è stata altra buona musica da segnare nell’albo dei ricordi migliori, e qui troviamo altri italiani di rispetto. Ancora una volta Paolo Fresu che si è inventato in apertura del festival Le Rondini e la Luna, cioè il jazz di Lucio Dalla e Fabrizio De André, avendo con sé Gaetano Curreri, Fabrizio Foschini e Raffaele Casarano, e subito ha ben disposto gli spettatori al successo. Poi ecco Around Gershwin di Giovanni Tommaso contrabbasso, Rita Marcotulli sempre più stupenda al pianoforte e Alessandro Paternesi batteria, una sana incursione nella musica di un autore che anche nel Duemila si stenta a capire del tutto quanto sia stato grande. E infine ancora il binomio di due strumenti difficili da conciliare tra loro, il pianoforte e la chitarra: ma ci riescono sempre mirabilmente Dado Moroni e Luigi Tessarollo, al seguito delle orme remote di Jim Hall e Bill Evans.

Forse si potrebbe continuare, in quanto per cinque giorni Orvieto ha offerto suoni di ogni sorta, tuttavia a un certo punto è d’obbligo fermarsi. Non senza rilevare, peraltro, che a chi sia refrattario a una certa musica è rimasta come sempre una possibilità meravigliosa: andare nella piazza più alta della Rupe, sedersi sul luogo apposito e guardare a lungo il magico Duomo. È il modo di capire perché quello sguardo valga un viaggio anche dagli antipodi del nostro Paese.