Tra vigneti e ulivi si inaugura il Forum Bertarelli che promette non solo musica

Sul Monte Amiata prende vita un sogno. Ce ne parla l'architetto Edoardo Milesi





di Gaetano Santangelo

 

Molti anni sono passati dal primo incontro di Amadeus con Maurizio Baglini e con il suo Amiata Piano Festival. In questi anni molti festival si sono estinti e altri sono nati. Amiata Piano Festival che sembrava il più fragile perché nasceva su una fragile idea è cresciuto e si è addirittura moltiplicato per tre. E questo grazie all’idea che ha della musica il suo fondatore.

Un’idea tanto semplice quanto visionaria: regalare un po’ di buona musica a chi ha voglia d’ascoltarla. Dello stesso parere è il viticultore Stefan Giesen (ottimo pianista dilettante). Baglini e Giesen non tardano a dar vita nel 2005 ad Amiata Piano Festival, che in mancanza di una sede propria, trova ospitalità nelle cantine adibite a custodire le botti dei vini messi lì ad invecchiare.

Passano gli anni e il Festival grazie a un’accorta regia cresce e si caratterizza per la presenza di artisti di assoluto valore internazionale e per l’apertura verso i generi più disparati del panorama musicale. Il Festival mostra una tale vitalità che, poco per volta, si determina la necessità di trovargli una sede idonea: un auditorium, un luogo cioè dedicato alla musica. Ciò è reso possibile grazie all’intervento della famiglia Bertarelli-Tipa che tramite la Fondazione si è assunta integralmente l’onere del Festival.

È per questo che Baglini, di cui abbiamo avuto più volte la possibilità di seguire le vicende artistiche su queste pagine, oggi lascia il campo all’architetto Edoardo Milesi che ha progettato e costruito il nuovo auditorium tra gli ulivi e le vigne della campagna toscana.

Quante sono le domande che si affollano di fronte a un opera che ha tantissimi caratteri di unicità?

Cominciamo da quelle più semplici.

Amadeus: Architetto Milesi non ci accontenteremo di sapere che l’auditorium che sarà inaugurato prossimamente si trova a Poggi del Sasso di Cinigiano in provincia di Grosseto, quello che vorremmo far capire ai nostri lettori è il contesto, l’ambiente.

Milesi: La Maremma. Ho pensato questa sala concerti per la maremma toscana un luogo che accetta ancora malvolentieri il rigore di un’agricoltura modello crete senesi e chianti chair . Qui l’ibridazione e la contaminazione con la macchia mediterranea è ancora forte, l’aria salmastra è in grado di corrompere la materia fin nell’entroterra amiatino. Ci lavoro dal 1996 ho imparato a conoscere questa luce particolare e questa natura ancora libera, gli aspetti minori e nascosti. La furia del vento, dell’acqua che sembrano non accorgersi dell’insistente lavoro dell’uomo.

 

A.: La seconda domanda è “come”. Fin dal primo colpo d’occhio panoramico si intuisce che l’edificio sembra essere connaturato all’ambiente circostante. La sua biografia ci dice che le è stato assegnato il Primo Premio Internazionale Architettura Sostenibile Fassa Bortolo 2006, ne possiamo dedurre che i suoi progetti nascono nel rispetto dell’ambiente circostante. Solo che qui l’ambiente è quanto mai insolito. Vigneti, oliveti…

M.: Da tutta la vita ascolto la natura e cerco di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Da quando sono architetto sento la grande responsabilità di chi ha il potere di modificarla. Voglio che quello che aggiungo faccia parte di quello che già c’è. Il più grande complimento che mi attendo è quando mi dicono “è come se fosse sempre stato lì”. Un’architettura perché ne faccia parte deve essere viva, la sua forma dinamica deve proporsi e ascoltare, per questo uso materiali naturali, perché si possano modificare nel tempo e nelle stagioni. Qui il confronto è con la natura coltivata dall’uomo, ma come dicevo prima anche con quella ancora spontanea della macchia. Il nuovo auditorium con la sua parete organica media tra le due nature. La grande lastra di ferro che lo avvolge a ovest trattiene l’esercito di ulivi che avanzano dal mare mentre il tamburo in cemento scabro del colore della terra smossa dialoga con i grandi pini preesistenti.

 

A.: Ma chi e perché ha sentito la necessità di costruire l’auditorium visto che il Festival trovava in passato ospitalità nelle cantine di Colle Massari tra le botti di vini pregiati?

M.: La storia di questa architettura che Maria Iris Bertarelli ha voluto quale forum di dibattiti interculturali è molto bella, non è il capriccio di un miliardario, bensì l’alternativa a una speculazione edilizia che lì stava tentando di mettere radici. Il nuovo auditorium sostituisce infatti provvidenzialmente un piano di lottizzazione che prevedeva in quel luogo un complesso di nove edifici residenziali per seconde case ispirate a una pratica ahimè diffusa che vuole le nuove costruzioni in stile mimetico falso storico. La mia proposta, coraggiosamente accettata dalla committenza Tipa Bertarelli, è stata quella di realizzare con la stessa volumetria e lo stesso budget un teatro in mezzo alla campagna. Luminoso e vivace durante i concerti e gli incontri culturali, ma in grado di stare silenzioso in ascolto e quindi farne parte durante i lavori agricoli.

Così la musica non interviene più solo sul vino, ma lo accompagna nella sua trasformazione già dalla vigna.

 

A.: Come sono stati scelti i materiali con cui è costruito l’auditorium. Quale sarà l’atmosfera.

M.: I materiali del teatro sono: calcestruzzo colorato in pasta del colore della terra arata, ferro cor-ten ossidato, travertino bianco e legno di ciliegio. I primi tre esterni, sono lasciati grezzi e affidati all’aggressione della natura, l’obiettivo della ricerca è stato quello di attingere a una relazione di reciproca valorizzazione tra la costruzione e il luogo. L’integrazione cromatica della costruzione nel paesaggio non è sufficiente se non è supportata dal corpo vivo del materiale utilizzato e quindi in grado di lasciarsi modificare nel contesto.

All’interno il legno di ciliegio, quello degli strumenti ad arco, concorre alla ricerca di una sonorità perfetta e al comfort visivo e olfattivo adatto a una sala concerti. È Stockhausen che disse che musica e architettura sono arti antidemocratiche perché capaci di creare luoghi immersivi in grado di modificarci a nostra insaputa. È esattamente questo che voglio ottenere col percorso quasi iniziatico che propongo all’utilizzatore: sul versante sud-ovest, una parete di ferro ossidato asseconda la curvatura del volume della sala e guida il visitatore verso l’ingresso, precludendo progressivamente con la sua altezza crescente, in corrispondenza dell’accesso al foyer, la vista del paesaggio; oltrepassata la soglia il foyer si presenta come un volume smaterializzato e invaso dalla luce, uno spazio bensì “interno” ma dal quale torna a essere visibile, attraverso una parete vetrata, il paesaggio esterno. Al tempo stesso, è già avvertibile la presenza della sala da concerti, il suono degli strumenti che provano, l’odore del legno dei rivestimenti, la calda luminosità che filtra dalla cavea. Il foyer deve consentire la percezione simultanea della scena naturale della campagna e della scenografia artificiale della sala da concerti: e in quest’ultima ci si immerge accompagnati dal ricordo dell’immagine della prima.

 

A.: Come ha influito sulle sue scelte (materiali, spazi, ecc.) il problema principe di ogni auditorium, vale a dire l’acustica?

M.: Io vengo da una famiglia di medici e solo dopo il liceo ho pensato di fare l’architetto, ma ricordo benissimo come a 9 anni mi colpì profondamente una visita che feci con la mia famiglia al teatro di Epidauro nel Peloponneso. Quando la guida turistica, nell’abituale rito della moneta lasciata cadere sul proscenio, ci fece udire il suo leggero tintinnio fino nella parte più estrema della platea si stampò nella mia mente la certezza che l’architettura è un’arte mitica.

Trasformare un luogo in una cassa armonica alla stregua di uno strumento musicale è stata da sempre l’ambizione del mio mestiere di architetto.

Come sa non esiste un modo certo per progettare una sala concerti amplificata naturalmente (senza amplificatori meccanici) e anche le nuove tecnologie digitali del controllo sul modello architettonico non sono in grado di garantire la perfezione acustica ancor più a sala affollata. Come al tempo della Grecia classica mi sono affidato soprattutto alla forma armonica e simmetrica. L’intero teatro è progettato su una relazione di sezioni auree che si rincorrono in orizzontale e verticale costruendo un volume che ha nella copertura, sagomata come un osso di seppia, l’elemento più sofisticato di amplificazione. Passando da convesso a concavo in un disegno alare impone un rapporto aureo tra palcoscenico e platea.

 

A.: Quanto ha influito sul progetto il paesaggio circostante?

Quando si progetta e si costruisce un auditorium quali sono le sfide che l’architetto deve affrontare e come si relaziona con chi utilizzerà poi questi spazi, vale a dire i musicisti?

M.: Ho scelto di calarlo in questa realtà agricola senza modificare nulla dell’intorno. Gli olivi espiantati per dar spazio al cantiere sono stati rimessi al loro posto. Volevo un’architettura cresciuta in mezzo alla natura coltivata, radicata nel terreno. Forme morbide come quelle che la circondano. Materiali scabri come la terra arata. Nessun inutile spreco, tutto collabora allo scopo finale: 300 persone che ascoltano musica in un oliveto lontano dalla città. Anche da vicino niente riconduce a un fabbricato, non ci sono finestre, non si vedono porte. Un corpo centrale come un cumulo di terra, compatto, massivo, di dimensioni contenute (sembra cilindrico, ma non lo è), attorno un organismo in sottili lastre di ferro ossidato aperto sul paesaggio lo avvolge e preleva i visitatori dalla campagna e li guida al suo interno sprofondandoli nel fertile terreno agricolo.

Per i musicisti non sono preoccupato, penso sempre all’architettura per quello che riesce a far accadere tra le persone. Tutti noi siamo intimamente collegati con quello che ci circonda, siamo direttamente influenzati dalle forme, dai colori, gli odori e i suoni. Tutti questi fattori agiscono sui nostri comportamenti perché il paesaggio non è da intendersi solo come panorama, bensì come mondo interiore che nella storia di ognuno di noi subisce variazioni che ognuno di noi gli attribuisce nelle differenti circostanze e nei differenti luoghi attraverso esperienze sensoriali dipendenti da una storia individuale e collettiva. Se funziona per la musica sinfonica funzionerà anche per loro.