Storie di pianisti

I due vincitori del Premio Venezia 2016, Elena Nefedova e Nicolas Giacomelli, si raccontano





di Alessandro Tommasi

L’occasione di intervistare Elena Nefedova (Primo premio) e Nicolas Giacomelli (Premio Casella), i due vincitori del Premio Venezia 2016, ci è capitata dopo il concerto che i due pianisti hanno eseguito domenica 12 febbraio, nell’ambito di “NoteFuture”, interessante rassegna che si svolge presso il Teatro “Dario Fo” di Camponogara, in provincia di Venezia, che porta un pubblico variegato ad ascoltare i vincitori ed i finalisti del prestigioso concorso veneziano.

Elena, avendo tu vinto il Premio Venezia, dovrai ora affrontare un gran numero di concerti in un periodo temporale piuttosto ristretto. Ti sei già trovata a dover sostenere un ritmo concertistico simile? Come affronti questi periodi?
Elena Nefedova: «
Sì, mi è già capitato in passato di fare quest’esperienza e ho scoperto di aver bisogno di cambiare spesso repertorio! Non riesco a suonare sempre le stesse cose, ho bisogno di aggiungere qualcosa di fresco, qualcosa di nuovo abbastanza spesso, ovviamente senza stravolgere tutto. Mi si pone semmai il problema di decidere in anticipo dove suonare cosa, che brani cambiare, cosa riesco a preparare. Ad esempio, ora devo decidere cosa suonerò a dicembre 2017, dunque devo inserire nei programmi anche i brani che magari devo ancora iniziare a studiare. Certo, questo significa tenere diversi programmi sotto mano, ma sono dell’idea che finché siamo giovani dobbiamo accumulare repertorio, ogni repertorio. Provo il più possibile a studiare e suonare tutto, anche ciò che magari non mi è vicino, come ad esempio Beethoven. Non credo di essere ancora in grado di suonare bene Beethoven, ma ci sto provando, cerco di leggerne il più possibile. Mi capita spesso, ultimamente, di aprire le Sonate di Beethoven e cominciare a leggerle, anche senza studiarle, solo per conoscere la musica e progredire nella conoscenza dell’autore. Tolto il problema dei programmi, il resto è facile: non studiare troppo, mangiare abbastanza, dormire abbastanza, non stancarsi troppo. E tutto scorre!».

Parlando del tuo percorso di studi, Nicolas, perché hai deciso di studiare a Imola e come hai conosciuto Leonid Margarius, il tuo insegnante? E’ mai stato un problema il rapporto fra Conservatorio e Accademia?
Nicolas Giacomelli: «Ancora alle medie ho sentito parlare di Franco Scala e sono stato introdotto ad Imola, così ho fatto l’esame di ammissione e sono entrato nel giro. Dopo pochi mesi dalla mia entrata ho iniziato a studiare con Margarius, che era l’insegnante che mi interessava di più. Per quanto riguarda l’ambivalenza con il conservatorio e la scelta del repertorio, sono stato fortunato perché i miei insegnanti a Bologna, i Maestri Barbalat e Dilaghi, sono stati apertissimi e non hanno mai avuto problemi. Margarius invece ci tiene molto ad essere la personalità di riferimento, quindi il repertorio lo ha sempre scelto lui sulla base delle mie preferenze. Ad esempio anche la Sonata di Prokofiev che ho appena eseguito, la Settima, la conoscevo relativamente poco, ma me la consigliò caldamente perché diceva che l’avrei suonata bene. Similmente è successo con l’op. 90 di Beethoven. A volte però mi capita anche di voler studiare un pezzo davvero molto, come successe ad esempio con lo Scherzo n. 2 di Chopin. Lo adoravo e lo proposi a Margarius con una certa insistenza. Alla fine me lo fece fare, insieme ad alcune cose che riteneva più formative».

Perché hai deciso di trasferirti a Roma da Mosca e come ti sei trovata in Italia?
EN: «Mi sono trasferita perché il mio compagno abita qui da molti anni, si è trasferito ancora quindici anni fa. Ci siamo incontrati e abbiamo deciso di andare a vivere insieme, ormai cinque anni fa. All’inizio è stato abbastanza difficile perché non ero assolutamente preparata. Non avevo in progetto di trasferirmi, studiavo a Mosca e mi trovavo benissimo, vivevo con i miei genitori e non dovevo pensare a niente. Invece qui sono partita da zero, paese nuovo, lingua nuova, nuova famiglia. Devo essere sincera non mi sono trovata benissimo al Conservatorio Santa Cecilia. Conosco la sua storia, so bene cos’era in passato, la sua fama, gli insegnanti eccellenti che c’erano, ma ora purtroppo non è più così e quando ci sono entrata ne ho avuto la prova. Me l’hanno chiesto anche in Conservatorio che ci facessi lì! Per fortuna mi hanno aiutato molto, hanno riconosciuto molto di quello che avevo già fatto in Russia e quindi non andavo spesso, anzi, alla fine del Conservatorio non ho visto così tanto. Nel mentre ho portato avanti un percorso di studi con il mio compagno, Ivan Donchev. All’inizio, quando si faceva lezione a casa, era molto complicato fare lezione con il proprio compagno, ma poi mi sono iscritta al suo corso, che tiene in un’accademia romana, e lì funziona benissimo. Il nostro rapporto cambia, quando mi fa lezione, e penso sia lo stesso anche per lui».

Ti è già capitato di avere esperienze simili a questa per NoteFuture, ossia di suonare per un pubblico diverso, non cittadino e non abituale frequentatore di sale da concerto?
NG: «In realtà mi è capitato anche in città. Per tre anni di fila sono stato chiamato a suonare in una libreria a Bologna, in cui pubblico erano persone che andavano a comparsi un libro e poi sceglievano di restare incuriosite dal concerto. Devo ammettere che è molto divertente suonare per un pubblico che normalmente non ascolta musica classica, perché spesso si entusiasma, viene a farti domande a fine concerto e si vede che è contento dell’esperienza. Così anche qui a Camponogara, il pubblico potrà non essere il solito, ma non è negativo, anzi. C’è un intento di diffusione musicale che il pubblico apprezza davvero molto».

Avete vinto i primi due premi al Premio Venezia 2016, che aprono diverse porte. Quali sono i vostri per l’immediato futuro?
NG: «Adesso ho diversi concerti tra il Premio Casella e il Piano Campus di Parigi, che ho vinto l’anno scorso. Fino a giugno non farò sicuramente altri concorsi, anche perché ho la maturità! Dall’anno prossimo non so ancora con precisione cosa farò ma vedo il mio futuro nel pianoforte, quindi rimarrà il mio obiettivo principale. Sono ancora indeciso sul versante università, ma se la farò sarà più per interesse personale che per questioni lavorative. Penso mi concentrerò sul cercare qualche concorso all’estero e sul continuare gli studi con Margarius».

EN: «L’obiettivo principale è, al solito, suonare bene e accumulare repertorio. Poi penso proseguirò con l’insegnamento presso l’Accademia Praeneste e rimarrò lì a disposizione per i corsi di base. Non so se sia il mio campo d’elezione, però secondo me insegnare dovrebbe essere obbligatorio per un musicista, almeno per un periodo! È un’esperienza che arricchisce moltissimo. All’inizio devo ammettere non ero molto a mio agio, non sapevo come comportarmi, però poi ho capito che anche nell’insegnamento bisogna lavorare molto su se stessi ed essere sempre preparati. Poi vorrei smettere di fare concorsi. Non amo le gare in generale e l’esperienza del Premio Venezia è stata talmente bella e diversa dai concorsi cui ero abituata, che dopo questo non vorrei farne altri. Vorrei finire così, con un bel ricordo, sperando di non averne più bisogno. Mai dire mai, ma la speranza è questa!».