Nuove bacchette: James Feddeck

Il direttore trentatreenne debutta in Italia il 23 e 25 marzo sul podio dell’Orchestra dei Pomeriggi Musicali al Teatro Dal Verme di Milano





di Luisa Sclocchis

«Un direttore di talento che chiaramente andrà lontano», così definisce James Feddeck il Chicago Tribune. Direttore assistente dal 2009 al 2013 della Cleveland Orchestra e Direttore musicale della Cleveland Youth Orchestra; come Direttore ospite ha guidato celebri compagini orchestrali tra cui Atlanta Symphony Orchestra, Royal Scottish National Orchestra, Helsinki Philharmonic Orchestra, Chicago Symphony Orchestra. Riceve nel 2013 il prestigioso Sir Georg Solti Conducting Award. Al suo debutto in Italia i prossimi 23 e 25 marzo alla guida dell’Orchestra de I Pomeriggi Musicali, al Teatro Dal Verme di Milano, il direttore statunitense proporrà musiche di Weber, Beethoven e Schumann. Gli chiediamo di sé e della musica “vista” dal podio.

Sarà la sua prima volta in Italia, cosa si aspetta da questa esperienza?

«È sempre affascinante per me come direttore viaggiare e incontrare le tradizioni di differenti orchestre. La storia e il contesto incorniciano la musica che creiamo e condizionano il risultato del nostro lavoro, e questo naturalmente cambia da luogo a luogo».

Quando e perché ha deciso di dedicarsi alla direzione d'orchestra?

«Nutro un grande interesse per la musica e ho studiato in Conservatorio diverse specialità: oboe, pianoforte, organo e direzione d'orchestra. Grazie all'oboe ho potuto conoscere l'orchestra da dentro, ma sono giunto alla direzione attraverso la musica sacra come organista. Fin dalla tenera età di 11 anni ho lavorato come musicista in chiesa. Per un direttore è essenziale comprendere la qualità del respiro quando si trova a lavorare con cantanti e credo che un'orchestra  percepisca immediatamente questa consapevolezza».

Quanto attribuisce in termini di importanza al gesto?

«La libertà del gesto è lo strumento più importante di cui un direttore è in possesso. È vero che può esprimere verbalmente le sue idee agli altri sul palco durante le prove, ma l'unico meccanismo di comunicazione durante la performance dal vivo è quello non-verbale».

Cosa pensa della leadership del direttore?

«Credo che un'orchestra valuti immediatamente la capacità di leadership di un direttore. Queste percezioni sono totalmente istintive, ma necessarie per una partnership di successo tra direttore e musicisti». 

Quali sono i segreti per creare una buona relazione con l'orchestra?

«Ho scoperto che le grandi orchestre possono fare ogni cosa gli venga chiesta, ma è necessario che percepiscano le ragioni e le riflessioni alla base delle decisioni interpretative del direttore. Devono comprendere, anche se le informazioni sono comunicate solo nel gesto, che ogni dettaglio è stato meditato e nulla è lasciato solo al caso o al capriccio. Questo impegno per la musica ispira e trasmette un desiderio di creare insieme».

Cosa si aspetta dai musicisti quando dirige un'orchestra?

«Mi aspetto che i musicisti in orchestra siano professionali, allo stesso livello (alto) che mi aspetto da me stesso». 

E cosa pensa loro si aspettino da lei?

«Credo che si aspettino la stessa professionalità da me. Vogliono un'interpretazione meditata della musica. Vogliono che il loro tempo sia utilizzato in maniera efficiente e non sprecato. Vogliono qualcuno che li conduca rapidamente a suonare insieme e sia capace di valorizzare il meglio di loro».

Ritiene che l'assoluta leadership sia del compositore o del direttore?

«Penso sia di entrambi: entrambi sono partner alla pari. Poiché la maggior parte dei compositori non sono più in vita, il direttore deve prendere alcune decisioni interpretative, non perché si tratti di un suo desiderio egoistico, ma perché è ciò che crede che il compositore abbia voluto esprimere: dallo studio, dal contesto, etc. Molto di ciò che viene scritto dal compositore è una serie di istruzioni approssimative (forte, ma quanto forte, più lento, ma quanto lento esattamente?) così è il direttore a dover prendere queste decisioni».

Caratteristiche per essere un buon direttore?

«Un buon direttore ha bisogno di essere un musicista ben preparato, uno strumentista esperto capace di creare feeling tra i musicisti d'orchestra e curioso, tanto da comprendere il contesto delle composizioni musicali. Dovrebbe essere buono con le persone, capace di capire loro e le loro preoccupazioni».

Il suo segreto per conquistare nuovo pubblico?

«La parte più importante di ogni performance è il pubblico. Senza pubblico non staremmo realizzando un concerto, ma piuttosto si parlerebbe di prova! Lo spettacolo musicale è condivisione di esperienza con altri. È anche importante investire nella prossima generazione: l'educazione e la capacità di fare musica, anche se solo a livello amatoriale e personale. La musica approfondisce la nostra vita e le arti sono una forma vitale di espressione per la nostra cultura».