Martha Argerich, la dea “bendata” del pianoforte

Prima che saltassero i concerti italiani con Lilya Zilberstine di fine febbraio, la pianista argentina ci ha concesso un’intervista, raccontandoci anche un aneddoto successo a casa Ravel





di Alessio Screm

Dopo i quattro applauditissimi concerti d’inizio febbraio a Napoli, Bari, Parma e Udine con l’Orchestra Filarmonica di S. Pietroburgo diretta da Yuri Temrikanov - un superlativo Concerto per pianoforte ed orchestra n. 3 di Prokof’ev -, Martha Argerich sarebbe dovuta ritornare in Italia per tre attesissimi concerti assieme all’amica e collega Lilya Zilberstein. Il 17 febbraio a Torino, il 19 a Firenze ed il 20 a Genova. In programma Schumann, (Studien für den Pedalflügel op. 56 nella trascrizione di Claude Debussy), Liszt (Concert pathétique R. 356) e Rachmaninov (Danze Sinfoniche op. 45). Tutto annullato, a tre giorni dalla prima data, per motivi di salute della pianista argentina.
Spiacenti per la triste notizia, ricordiamo l’ultima apparizione italiana della celeberrima leonessa bianca del pianoforte con l’intervista esclusiva che ci ha rilasciato nei camerini del Teatro Giovanni da Udine, in occasione del concerto del 6 febbraio, dove tra l’altro, alla fine, si comprendono bene i motivi per cui è stata costretta, in exremis, ad annullare le date italiane previste con la Zilberstine.
In questa intervista la Argerich ci ha raccontato di sé, dell’Italia, del pianoforte, dei giovani pianisti e di una curiosissima vicenda che la vede protagonista col primo ex marito, il direttore d’orchestra Charles Dutoit, con cui cominciamo.
È fine gennaio, durante una visita alla casa museo di Maurice Ravel a Montfort-l'Amaury in Francia. Il Belvédère, a sessanta chilometri da Parigi.

Maestro, cos’è successo?
«Una cosa stranissima. Ci hanno cacciato! (Ride divertita). È successo qualche giorno fa. Dutoit ci teneva, è anche membro onorario della Ravel Foundation. Voleva mostrarmi la casa, farmi suonare il pianoforte di Ravel. C’era anche mia figlia, con un amico, per qualche foto. L’anziana custode, Madame Moreau, ci disse però che non si potevano fare scatti, né suonare, né niente. Ma non c’era nessun cartello che lo proibiva. Comunque Dutoit ha cercato di spiegarle la situazione, ma lei non ne voleva sapere. A un certo punto però, la Signora ha detto: “fate come a casa vostra”. Allora ci siamo tutti tranquillizzati, abbiamo fatto le foto, ho suonato. Ma nel mentre la Signora è andata a telefonare alla polizia, capisce? (Ride). Facendo credere che forse c’erano i ladri a casa di Ravel! È andata anche dal sindaco e non so. È strano. Fatto sta che è arrivato un poliziotto. Ha però aspettato che finissi di suonare e di fare la visita, prima di entrare. Molto gentile. Aveva capito. Ho una foto ricordo bellissima qui sul telefonino, guardi: Ravel e Nijinsky che suonano il pianoforte assieme, quello che ho suonato anch’io».

Il pianoforte.
«Penso che il rapporto di un artista con lo strumento sia questione di destino. C’è poi una cosa particolare che riguarda i pianoforti: il legno. Sembra che una volta preparavano il legno in una certa maniera. Adesso, nonostante tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione, non si riesce a identificare con precisione cosa ci mettevano, cosa facevano. È un po’ come la vernice segreta degli Stradivari. È interessante. È la voce segreta dello strumento che bisogna saper fare uscire. Amo molto anche il violino, mi affascina, vorrei saperlo suonare. Lo suona mia figlia Lyda».
 

Martha Argerich e l'Orchestra Filarmonica S. Pietroburgo,
diretta da Yuri Temirkanov, durante il concerto di Udine

A questo punto oso. Un classico per i pianisti: Steinway, Yamaha o Fazioli?  
«Non lo so. Dipende dalla storia dello strumento, quanti anni ha, come viene preparato, tante cose. Qui c’è la fabbrica Fazioli, un marchio italiano. So che recentemente ha fatto un modello molto grande. Di solito suono gli Steinway, ma anche con Yamaha - che ha comprato la Bösendorfer - mi trovo bene, soprattutto quando studio. Anche sui verticali a volte. Poi ci sono altri, come i Petrof, ma non li fanno più. Arturo Benedetti Michelangeli ne era maniaco. Ricordo di averli suonati nei suoi corsi di perfezionamento a Moncalieri. Invece l’altro giorno a Napoli ho suonato uno Steinway che è stato per un po’ all’aperto, al freddo, usato da giovani musicisti per un concerto benefico per i terremotati ad Amatrice».

I giovani e la musica. Cosa si sente di dire?
«Ai giovani non so cosa dire. Dipende da che giovani. Adesso siamo in un’epoca molto strana. Ci sono bravissimi musicisti, ma tanti, e il livello generale è salito moltissimo. Prima non era così, il livello generale era più basso, forse, non so come dire. Certi spiccavano. Tra i pianisti Schnabel, Gieseking, prima ancora Rachmaninov. Poi Arrau, Gilels, Lipatti, Horowitz… Più avanti Gulda, Ciani, Gould… Una cosa meravigliosa. Ognuno suonava in modo diverso, grandissimi. Ora è tutto più o meno simile. Ci sono alcuni che emergono, pochi, ma ci sono. Voi avete dei giovani pianisti molto interessanti qui in Italia. Ricordo Beatrice Rana, Alessandro Mazzamuto, Leonardo Colafelice. Sono tutti del sud, è curioso questo. Adesso mi sembra che i talenti del pianoforte vengano più dal meridione. Non so».

L’industria musicale: le major, i dischi, i concerti. In Italia la classica ha non pochi problemi.
«C’è sempre la crisi, ma si può sempre recuperare. Sempre. C’è poi una cosa strana. Per esempio, adesso abbiamo tanti dischi, tante registrazioni, tante cose, come youtube, video di grandi esecuzioni, eccetera. Io mi chiedo sempre: perché la gente vuole venire ancora ai concerti? È strano. Ma s’immagina lei, quando ancora non c’era la radio, la gente doveva muoversi per andare a sentire un concerto, l’Opera. Non si poteva fare altrimenti. Adesso, non so. È strano. Anche i concerti pop, per esempio, sono sempre frequentati. Non so, non riesco a capire. Credo comunque sia un bene vedere tanta gente a teatro».

Lei ha studiato con importanti pianisti italiani: Scaramuzza, Curcio, Michelangeli, ed è ancora legata all’Italia che l’adora.
«Credo che l’Italia sia il più bel Paese al mondo. Cultura, architettura, musica, arte. Tutto nasce qui. Ogni piccolo dettaglio è meraviglioso. Anche la gente. C’è una luce speciale. Si, ho studiato anche con loro. Vincenzo Scaramuzza era originario di Crotone, il mio primo maestro. Anche con Maria Curcio ho studiato un poco, con Michelangeli meno, qualche ora. Grandi maestri italiani. Qui in Italia ho ancora molti amici e dovrei ritornare tra poco, verso la fine del mese: Torino, Genova e Firenze, con la mia amica Lilya Zilberstein. Straordinaria. Non amo suonare da sola, preferisco “mischiare”, suonare con musicisti che stimo, amici con cui sto bene. Qui a Udine ero già stata nel 2010, con Baldocci, Rivera e Luccini. È stato molto bello, anche se nevicava, faceva freddo. Abbiamo avuto disagi coi trasporti. Il problema vero è che viaggio troppo. Quanti concerti, non so, nel 2016 sono stati davvero troppi. Non è un dovere, non è come si dice, per il pubblico, o cos’altro. Non so. Non mi sento così. Non mi prendo tanto sul serio. Quando si parla di me mi sembra si parli di un’altra persona (ride). Ora faccio una piccola pausa, ho un piccolo intervento all’occhio sinistro (cataratta), poi riprendo. Comunque l’Italia mi piace, ritorno sempre volentieri».