Luca Francesconi e Balzac

Debutta oggi 16 marzo a Parigi l’opera del compositore italiano ispirata a un personaggio della Comédie Humaine





di Luisa Sclocchis


Un inno al cinismo. Ma anche la parola che diventa musica. Debutta il 16 marzo all'Opéra Garnier di ParigiTrompe-la-Mort”, opera firmata Luca Francesconi e commissionata dall'Opera Bastille, ispirata a uno dei personaggi più significativi della Comédie Humaine, il misterioso trasformista Jacques Collin. Personaggio nato dalla penna del letterato francese Honoré de Balzac, Collin appare nei tre romanzi Le père Goriot, Illusions perdues, Splendeurs et misères des courtisanes, nelle sue varie maschere: da Vautrin, all'abate Herrera, a Tromp-la-Mort.

Sul podio Susanna Mälkki, per la regia di Guy Cassiers. Francesconi rappresenta oggi uno dei compositori comtemporanei più accreditati a livello internazionale. Studi di pianoforte, composizione con Azio Corghi, Karlheinz Stockhausen, Luciano Berio e jazz a Boston. Assistente di Berio tra il 1981 e il 1984. Firma oltre cento lavori, da concerti solistici all'opera al multimediale, commissionati da rilevanti istituzioni musicali ed emittenti radiofoniche. Collabora con direttori, solisti, ensemble e compagini orchestrali di grande prestigio nel panorama internazionale.

In un intervallo tra le varie prove per la realizzazione di Tromp-la-Mort, gli chiediamo come nasce l'opera. «Si tratta di un'idea che ho in mente da diversi anni, ad ispirarla le pagine di Illusions perdues e la vicenda del misterioso abate spagnolo che raccoglie per strada un giovane poco prima che questo si tolga la vita. Lo seduce e corrompe proponendogli un patto faustiano», spiega Francesconi e prosegue «il disegno dell'abate rappresenta in qualche modo uno spaccato della società odierna. Una sorta di lezione esasperata di cinismo machiavellico, un indottrinamento alla condotta senza scrupoli. L'offerta di un futuro di ricchezza, fama e agio in cambio della cieca obbedienza. Un progetto dipinto come allucinazione, la conquista di Parigi da parte di un galeotto, attraverso un giovane a cui estorcere con l'inganno aspetto, censo e nobiltà».

Ad affascinare il compositore l'impressionante e quanto mai attuale cinismo, il prevalere della forma e dell'esteriorità che diventano patto narrativo, spesso assente nelle composizioni contemporanee. «La nostra è una società in evidente parabola discendente, agli artisti la responsabilità di sporcarsi le mani educando alla cultura». L'opera è strutturata in quattro livelli, secondo una forma prospettica che rappresenta le diverse profondità insite nei livelli del racconto. Il primo livello riguarda il tema del teatro e i salotti aristocratici, il secondo le inconfessabili macchinazioni e la verità celata nei rapporti intimi, il terzo il folle progetto macchinato durante il viaggio in carrozza e, infine, il quarto è il sottosuolo inteso come i sotterranei del teatro stesso. La difficile resa del capolavoro letterario nell'incontro tra musica e parola? «É stata una grande sfida. Quello della musica e della parola sono due mondi e due universi potentissimi. Ma una sfida impari per via della poca commistione semantica tra i due. Sono stati necessari otto mesi per scrivere il libretto sulle parole di Balzac tratte dalle 2400 pagine di tre romanzi».

Luca Francesconi è definito un musicista “antiaccademico per istinto e vocazione”, a motivo del suo approccio compositivo che rifugge qualsiasi sorta di definizione. «Mi considero onnivoro, mi sono nutrito di linguaggi contemporanei, spettralismo, minimalismo, jazz, musica etnica e molto altro, ho buttato le scorie e da ognuno trattenuto ciò che sento autentico. Proprio come mi regolo per quel che riguarda la saturazione da informazione moderna. L'opera racchiude il senso immenso della storia che ci sovrasta, in un meticoloso dosaggio di elementi il cui uso è regolato solo dalla necessità e prescinde da qualsiasi appartenenza o etichetta». A proposito del proprio personale sentire, aggiunge «detesto la parola “eclettico”, che spesso mi viene attribuita, perché quel che faccio nel comporre è limitarmi ad utilizzare ciò che mi occorre a prescindere».