L’elogio alla calma di Roland Böer

Il direttore Roland Böer racconta la sua storia, il suo rapporto con l’Italia e le sue idee sul programma presentato





di Alessandro Tommasi

In concomitanza con il concerto del 23 febbraio con l’Orchestra di Padova e del Veneto e Alessandro Taverna al pianoforte, abbiamo avuto modo di intervistare il direttore tedesco Roland Böer, che ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera, il rapporto con la sua professione, quanto è stato importante il nostro paese e la specificità del programma del concerto.

Maestro Böer, lei ha svolto un percorso di studi inizialmente come pianista, proseguendo come compositore e infine arrivando alla direzione d’orchestra. In questo percorso si inserisce anche il lavoro come maestro sostituto in diversi teatri. Perché ha deciso, infine, di intraprendere la carriera del direttore?
«Partendo dagli inizi, nella casa dei miei genitori c’è sempre stato un pianoforte. Loro non erano musicisti, ma hanno sempre suonato per passione e si è sempre fatta musica da camera insieme. Mia sorella ed io siamo cresciuti in questa atmosfera artistica, infatti uno dei miei primi ricordi è di quando da bambino, non riuscendo a dormire, sono andato in soggiorno e mi sono addormentato sotto il clavicembalo! Quando ho iniziato a suonare pianoforte e violoncello, ho studiato fin da subito sia repertorio solistico che cameristico, ma ho sempre amato di più il secondo rispetto al primo. Non mi era chiaro all’inizio il desiderio di diventare direttore, però a 16 anni scrissi una piccola suite per orchestra e chiesi al mio insegnante del liceo se potevo averne un’esecuzione. Mi lasciò fare delle prove e fu la mia prima esperienza, il mio primo concerto come direttore. Non ho mai avuto paura, anzi, mi ha sempre fatto molto piacere lavorare con grandi gruppi, orchestre, cori, anche se spesso mi limitavo alle prove e poi suonavo come pianista o osservavo l’esecuzione. È anche per questo che ancora oggi vedo la mia professione come una professione di preparazione: il mio obiettivo principale è creare un’atmosfera creativa, bella, piacevole, nella quale i musicisti si trovino bene e dove tutti vogliano contribuire al meglio. Essere un direttore per me è un po’ come essere un regista, accetto volentieri le iniziative individuali di orchestrali e solisti e poi provo a creare un senso e uno spirito comune. Il mio percorso di studi come pianista, tra l’altro, mi aiuta ancora, perché se posso, voglio far parte dell’esecuzione e dell’orchestra, ad esempio suonando il basso nel repertorio barocco o i recitativi nell’opera. Alla Scala ho anche suonato il glockenspiel nel Flauto Magico! Durante i miei studi di direzione inoltre è sempre stata data una grande importanza al pianoforte, soprattutto per l’esecuzione delle riduzioni canto piano delle opere e infatti in Germania e in Austria spesso la carriera comincia facendo il Maestro sostituto in un teatro lirico. Così si scoprono anche cose che non si imparano in conservatorio, come le strategie di lavoro coi cantanti, tutto il lato psicologico e la parte umana. È un’ottima strada, ma bisogna essere molto calmi e pazienti, pur mantenendosi intraprendenti».

Lei sta portando avanti da anni una carriera importante in Italia, dirigendo alcune delle principali orchestre e dei principali teatri lirici. Perché questa scelta di carriera e cos’ha trovato di particolare nel clima delle orchestre italiane?
«Semplice, un giorno mi arrivò una proposta di Santa Cecilia grazie a Pappano, di cui ero stato assistente a Bruxelles e Bayreuth. Fu grazie a lui che collaborai per la prima volta in Italia in condizioni professionali, nel 2006. Fu una splendida esperienza. All’epoca c’era Gaston Fournier Facio a Santa Cecilia e, quando andò alla Scala come coordinatore artistico poco dopo, mi diede l’opportunità di debuttare anche lì; nel mentre mi aveva già suggerito come direttore musicale del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. Anche Gaston fu una figura di grande sostegno. Viste queste opportunità e il lungo lavoro con il Cantiere ho iniziato ad essere molto presente in Italia e devo dire che c’è una grandissima affinità. Ho compreso molto della mentalità degli orchestrali, ho capito che il caffè, anche quello veloce, è fondamentale, così come la calma. Potrei quasi dire che il mio secondo nome è pazienza! (ride) Io sono molto paziente e calmo già di mio, ma una cosa che ho imparato soprattutto in Italia è che con calma e fiducia si lavora meglio. Qui, inoltre, ho trovato ovunque una grandissima passione per la musica e l’arte, una volontà di fare bene, un orgoglio molto sano e giusto, ma anche una grande e profonda tristezza e frustrazione per l’assenza di sostegno politico e finanziario. È un argomento complesso, ma ho avuto diverse volte l’impressione che si stia operando una distruzione intenzionale. Fortunatamente ci sono persone che ci credono e danno supporto, ma senza queste iniziative private vedo grandissimi problemi. Non è giusto fare sempre volontariato. Certo, lavoriamo tutti anche per amore d’arte, ma servono un compenso ed un riconoscimento adeguati».

Questa sera lei dirigerà l’Ouverture dalla Genoveva e la Seconda Sinfonia di Schumann, insieme al Secondo Concerto di Liszt con Alessandro Taverna. Cosa ne pensa di questo approfondimento nel romanticismo tedesco?
«Il programma mi è stato proposto da Marco Angius, forse proprio per la mia esperienza con il repertorio. È un programma meraviglioso. Sia la Seconda di Schumann che l’Ouverture dalla Genoveva sono dei capolavori! Curiosamente tutti i brani sono in qualche modo collegati. Ouverture e Sinfonia sono dello stesso anno e Liszt assistette alla prima assoluta della Genoveva. Purtroppo l’opera non fu un grande successo, ma l’Ouverture è una composizione validissima e Liszt stesso ne suonò delle riduzioni a quattro mani e da solo, nonostante fosse più affine alla scuola wagneriana. È interessante anche notare che Schumann scrisse quest’ouverture prima ancora di avere il libretto. Senza voler fare grandi effetti, l’Ouverture parte da un’idea poetica della figura di Genoveva e vi dipinge intimamente il suo carattere. Il concerto di Liszt, poi, è un brano molto particolare. È sostanzialmente un movimento unico, quasi una fantasia su un tema di armonie. E infatti si potrebbe dire che è una fantasia su quattro accordi più altri quattro accordi, su una frase che funziona come materiale armonico con qualche spunto melodico e che diventa diventa il materiale sia del dettaglio che della grande forma. Un altro tratto molto distintivo è il dialogo tra solista e orchestra, un processo di domanda e risposta molto particolare e omogeneo dove anche l’orchestra assume un carattere solistico, o meglio cameristico. Ci sono passaggi in cui come direttore non devo fare niente, diventa quasi una sonata! D’altra parte ci sono dei punti culminanti quasi wagneriani, molto pomposi, con degli effetti speciali in cui si sorride anche un po’. Ma va bene, è divertentissimo e con Alessandro Taverna l’intesa è stata veramente fantastica!».