Beethoven secondo Giovanni Bellucci





di Alessandra Sciortino

Giovanni Bellucci tiene a battesimo la stagione pomeridiana 2017 dell’Associazione siciliana Amici della musica, ora sotto la guida di Donatella Sollima, ma segna la continuità con la direzione artistica precedente a cui risale l’ideazione di questo già avviato viaggio beethoveniano attraverso le trentadue Sonate per pianoforte che si concluderà entro l’anno. Il Teatro Politeama di Palermo ospiterà dunque due suoi concerti dai titoli originali, marchio di fabbrica questo percorso interpretativo: “No, non sono un eccentrico” di eco gouldiana, per l’appuntamento di lunedì 8 maggio alle 17.15 con le Sonate n. 2-13-16-22 e il Rondò “La collera per un soldino perduto”, “Beethoven come Siddharta: alla ricerca di stesso”, invece, con la Pastorale accostata al Nirvana Poem for piano di Bloch nel concerto di martedì 9 alle 21.15 (costo del biglietto 35 euro intero, 25 ridotto, 15 anfiteatro, mentre per gli abbonamenti da 25 a 150 euro).

«Il fatto di aver dato dei titoli è una sorta di suggestione provocatoria – spiega il pianista –, c’è la necessità di capire le categorie di spirito beethoveniane all’interno di un percorso che non si svolge in ordine cronologico. Le sonate formali si accostano a quelle che non rispecchiano i canoni ordinari della tradizione viennese. Il brano di un compositore ospite fa vedere invece l’eredità di alcuni aspetti beethoveniani assorbiti involontariamente. Chopin ad esempio non lo amava ma ne veniva influenzato comunque. Le opere le vediamo dunque in prospettiva, filtrate da una perdita di coscienza dell’epoca dei fatti. Bisogna avere il coraggio di attualizzare, altrimenti queste sonate sono condannate a vivere lo stereotipo monolitico, di un’icona troppo austera che non risponde al vero: Beethoven era infatti spiritoso, un cialtrone dinnanzi alla storia consolidata».

Quindi come nasce il “suo” Beethoven?

«Tutto parte dal testo, il medium è molto secondario, lo stesso autore non era soddisfatto dei mezzi di cui disponeva. Trascorrono 27-28 anni dalla prima all’ultima sonata e il mezzo coinvolto è ogni volta molto diverso. Non bisogna dare troppa importanza allo strumento».

Da dove nasce la scelta di questo criterio per l’esecuzione del corpus beethoveniano?

«In 32 sonate interessa più il viaggio che la meta, come Siddharta verso la conoscenza in se stessa. Beethoven era interessato peraltro all’induismo che nella cultura tedesca era diffuso. Ecco perché torna più volte il Nirvana, per esempio il rapporto col panteismo nella Pastorale. Tutte le sonate sono diverse fra loro, formalmente e contenutisticamente. Viene ucciso lo stampo e rinasce con altre sembianze: gli elementi sono continuamente trasformati e si dà attenzione ai processi».

A volte in scaletta è accostato ad altri autori, altre invece a un altro brano dello stesso compositore come nel caso del Rondò. Come mai?

«Il Rondò è esempio per antonomasia dell’eccentricità di Beethoven, ma in generale non c’è nessuna sonata che non sia eccentrica, è il tema più ovvio».

Quali sono le sue interpretazioni di riferimento per quanto riguarda le Sonate?

«Conosciamo di fatto solo gli interpreti che la tecnologia ci ha permesso di ascoltare, sala da concerto a parte. Indietro nel tempo scorgo cose che farebbero scuola come Schnabel, la respirazione naturale, la sensazione di essere dentro, la gestione, la manipolazione. Più ci allontaniamo dalla fonte più entrano in gioco altri elementi preponderanti. Poi c’è l’approccio razionalista degli anni Sessanta, coi russi come Richter, impeccabile sotto il profilo della realizzazione pianistica ma col desiderio latente di dare dignità a ciò che ce l’ha già. Bachaus inoltre fa un super Beethoven, diligente, scarno, essenziale, mai sentimentalista. Arrau racconta invece di aver assistito a un concerto di Busoni giudicato come ubriaco nell’interpretazione, definendolo piuttosto in quello stato di ebbrezza proprio di chi ha perso completamente i riferimenti razionalisti e naviga come nel sogno. Anche se poche, le registrazioni di Busoni sono interessanti per la vivacità dell’esecuzione, non sono tardo romantiche ma espressioniste. Prima c’era una vivacità di approccio poi è subentrata la rassegnazione nel vedere Beethoven come simulacro. L’importante è comunque avere una coscienza critica. La tradizione orale di una volta permetteva per esempio a grandi come Horowitz di studiare con Cortot, di affrontare le difficoltà fisico-materiali di esecuzione di un passaggio e l’interesse per il modo di trarre il suono. L’impoverimento di oggi consiste nel continuare a curarsi dell’interprete e poco della musica eseguita: l’interprete è un servitore. La tendenza attuale è invece rappresentativa più che identificativa. Non sono nostalgico, ma un po’ mi dispiace che il testo significhi o filologia, che è rappresentazione, o eccentricità: c’è anche una via di mezzo, ovvero porsi delle domande, ma poi si è soli in questo».

Beethoven è attualmente  anche un progetto discografico?

«Sì, sto finendo la registrazione del primo cd con 12 Sonate in ordine cronologico, secondo una scelta editoriale di Brilliant classics, in 3 cofanetti da 3 cd, e poi inciderò nuovamente le Sinfonie di Beethoven/Liszt che usciranno prima delle celebrazioni del 2020. A breve uscirà inoltre il Concerto per pianoforte, coro maschile e orchestra di Busoni per l’etichetta francese Calliope».

Quale altro ciclo analogo ma di un altro autore le piacerebbe interpretare sempre come fosse un viaggio?

«Ci sono autori di cui è impossibile programmare l’integrale come Alkan (di cui usciranno in estate i tre Concerti per pianoforte e orchestra da camera op. 16 con l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Roberto Fores Veses per Piano classics). Su Debussy, che l’anno prossimo eseguirò molto spesso, si potrebbe fare invece un lavoro del genere. È un autore “futuribile”, che interpreta il postmoderno cui allude Rattalino, coi suoi elementi eterogenei elaborati fuori dal tempo, in una dimensione quasi onirica in cui passato e futuro sono affini».