Dai Beatles a Beethoven: i molti volti di Carlo Boccadoro





di Alessandro Tommasi

Arrivati a Padova per il concerto del 28 aprile, inserito nella stagione dell’Orchestra di Padova e del Veneto, Carlo Boccadoro e l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano hanno proposto  un programma variegato, affiancando alle Otto piccole miniature e alle Danses concertantes di Stravinskij il Concerto per due pianoforti e orchestra di Carlo Galante, con Luca Schieppati e Andrea Rebaudengo, e Greater Antiphons di Arvo Pärt. Riesco ad intervistare Carlo Boccadoro nel suo camerino durante l’intervallo del concerto e il poco tempo a disposizione diventa occasione preziosa per percorrere la sua poliedrica figura.

Maestro Boccadoro, lei ha avuto una formazione molto variegata, sia da un punto di vista didattico che di percorso personale…

«Sì, la formazione che ho avuto è stata questa: a cinque anni ho avuto il mio primo album, il White Album dei Beatles del ’68, e sono arrivato alla musica classica molto dopo. Quando ho sentito il primo compositore classico, avevo più di quattrocento album rock in casa e quindi la Nona di Beethoven per me era una musica come le altre. Non ho mai sviluppato l’idea che ci fosse una musica seria e che le altre fossero inferiori, per me la classica era una delle varie. Questo mi è rimasto ancora oggi, anche se non condivido la posizione di chi afferma che la musica sia una unica e unitaria, come se fosse una sorta di pappetta. Le musiche sono tante e non sono affatto tutte della stessa qualità, però bisogna imparare a comunicarci, impararne il linguaggio. Questa è un’altra cosa che mi è rimasta: non mi piace l’esperanto, il concetto di una lingua comune. Io voglio parlare l’italiano, l’inglese, il francese, e voglio applicarmi, capirne le regole se lo voglio parlare. Questo vale anche per le musiche».

Con l’evoluzione del suo stile e del suo linguaggio compositivo, ritiene che queste influenze si siano affievolite o rafforzate?

«Erano decisamente più forti all’inizio, anche perché io ho esordito proprio come compositori d’anti-avanguardia, in pieno movimento neoromantico e postmoderno. All’inizio, quindi, c’erano molti richiami pop, rock e jazz. Quest’ultimo è quello che mi è rimasto di più, soprattutto a livello armonico, mentre le altre suggestioni sono sparite man mano che la musica è diventata più complessa. Nel corso di vent’anni ho abbandonato completamente la tonalità ed ora non sono più un compositore postmoderno, né tanto meno neoromantico. Non rinnego affatto quel periodo, anzi, incidendo da diversi anni la mia musica per Sony, ho inciso anche i brani più vecchi, che non mi creano alcun imbarazzo. All’epoca era ben più scomoda quella posizione; se adesso in molti cercano di scrivere la musica più piacevole possibile, allora la musica piacevole era un problema grosso. Voleva dire mettersi in una lista nera. E devo ammettere di essere ancora su diverse liste nere, cosa dovuta al fatto che in Italia il potere musicale appartiene a giri di persone nate e formate in quell’avanguardia, che naturalmente cercano di impedire uno stile simile. Ma la storia non si ferma, è pieno di compositori che non se ne curano – io sono tra i primi –  e riescono a sviluppare il proprio linguaggio autonomo. Certo, è più in salita rispetto a chi, potremmo dire, si accoda». 

Quando si trova invece a dover operare una scelta di programmazione, come direttore d’orchestra e direttore artistico, su che criteri si basa? 

«Scelgo sempre in base alla qualità della scrittura, non dell’estetica, infatti programmo anche musica che non è detto debba piacermi, ma che ritengo sia di buona qualità – cosa molto più importante per me. Essendo il direttore artistico di una stagione importante come quella della Normale di Pisa, devo rappresentare tutta la musica di qualità, senza fare personalismi, anche quella di compositori che non mi sono vicini esteticamente. Poi cerco di trovare un equilibrio fra il repertorio classico ed il repertorio contemporaneo, anche nello stesso concerto. Penso non ci sia nessun problema a mettere un brano contemporaneo in programma con uno classico, anzi, uno illumina l’altro. Certo, la formula del pezzo contemporaneo breve inserito fra due brani classici è un modo un po’ facile per non prendersi grandi responsabilità che non mi convince tanto, perché il brano contemporaneo dev’essere comunque sempre pensato all’interno del programma».

Un ulteriore suo volto è quello dello scrittore, recentemente anche di fiabe musicali per bambini. Com’è iniziato questo percorso?

«Per puro caso! Ho sempre scritto libri per adulti, ma quando alcuni amici, compositori e non, sono diventati papà, ho iniziato a scrivere prima due fiabe, poi altre due, poi altre ancora e alla fine nel giro di qualche anno mi sono trovato ad averne una ventina. Così è nata una carriera parallela, perché ho proseguito su questa strada scrivendo un secondo libro per bambini, “Le 7 note per 7 musicisti”. È stata un’esperienza davvero bella, perché ho conosciuto un mondo che non conoscevo, il mondo dei bambini, e entrare in contatto con la loro fantasia è stato straordinario».