Chen Guang a Milano

Il giovane pianista di origine cinese sarà in concerto per la Fondazione La Società dei Concerti il prossimo 15 febbraio





di Luisa Sclocchis

«Un pianista dal talento eccezionale con una raffinata musicalità e straordinaria capacità tecnica». Con queste parole Paul Badura-Skoda definisce il giovane pianista di origine cinese Chen Guang. Piglio solare e deciso, classe 1994, Primo Premio alla prima edizione del Concorso “Olga Kern International Piano Competition” 2016 lo scorso novembre ad Albuquerque, negli Stati Uniti. Chen Guang sarà a Milano il prossimo mercoledì 15 febbraio per la Fondazione La Società dei Concerti accompagnato dalla Philaharmonie Südwestfalen diretta da Charles Olivieri-Munroe.
Diversi i premi vinti, così come i riconoscimenti a livello internazionale. Proveniente da famiglia di musicisti nella provincia di Hubei, si trasferisce a dodici anni a Pechino per intraprendere gli studi al Conservatorio Centrale. Prosegue alla Juilliard School di New York e nel 2015 si diploma all'Accademia Internazionale Pianistica di Imola. Tra i suoi insegnanti Zhao Pingguo, Matti Raekallio, Vovka Ashkenazy, Paul Badura-Skoda e Leonid Margarius. Una carriera in ascesa, la sua, che lo porta sui palchi dei Teatri più prestigiosi, tra cui il Concertgebouw di Amsterdam dove debutta in recital a maggio del 2016. Con un italiano invidiabile ci racconta della sua vita in musica.

L'incontro con il pianoforte?
«Mio padre è professore di pianoforte nell'Università della città ma da prima della nascita sentivo la musica dalla pancia della mamma. Non ho potuto avvicinarmi allo studio prima dei quattro anni e mezzo ma ero davvero curioso. Così, poco prima dei cinque, mio padre mi permise di iniziare a patto che facessi esattamente come diceva lui. Questo fu l'inizio e da allora non mi sono più fermato».

Come il primo premio al Concorso “Olga Kern International Competition” ha cambiato la sua vita?
«Non posso dire se mi abbia cambiato la vita o no ma posso senz'altro dire che mi ha portato concerti e importanti opportunità».

La cultura musicale in Cina, molti sono gli artisti noti a livello internazionale.

«Ho avuto la fortuna di studiare con un Maestro in Cina che ha trascorso diversi anni a San Pietroburgo, in Russia. Il suo sistema si basa su tecnica solida ma anche su profondità, sensibilità musicale e comprensione del testo. Ringrazio lui ma anche la mamma che insegna cultura cinese, che mi ha insegnato l'importanza della lettura. E a concepire la figura di pianista non solo come musicista ma come artista a 360 gradi. Molti insegnanti si soffermano solo sulla tecnica e ciò che in molti concorsi internazionali si rimprovera ai pianisti asiatici è di trasmettere grande precisione tecnica ma poco cuore. Di essere carenti in quanto ad espressività, insomma. Ma se devo capire la ragione di questo, penso sia dovuta anche al fatto che la musica classica non è nata in Asia ma è per noi una forma d'arte d'importazione. Il rischio è che eseguire diventi facilmente muovere le dita. Non parlo di Giappone e Corea, di cui so meno, ma in Cina i tempi della Rivoluzione culturale hanno lasciato il segno. Il mio Maestro è stato cacciato dal Conservatorio e mandato a lavorare in una fattoria perché le forme d'arte come la musica erano vietate e considerate contrarie al Comunismo. Per dieci anni si è totalmente perso lo spirito dell'arte, ripreso solo negli anni '80. Gli insegnanti di oggi provengono purtroppo da un periodo senza arte, senza musica e senza l'eleganza della cultura».

L'esempio di Lang Lang, pianista a cui va il merito, grazie al suo particolare approccio, di aver indotto molti bambini in Cina a studiare pianoforte.
«Ricordo il primo disco di Lang Lang per Deutsche Grammophon in occasione del suo debutto alla Carnegie Hall nel 2003. Un concerto impeccabile per tecnica e interpretazione. Si tratta di un grande artista che ha avvicinato tanti ragazzi alla musica classica grazie al suo piglio quasi pop. Ho grande rispetto per ciò che fa per il mondo musicale, per il grande coinvolgimento che riesce a suscitare».

Nato da una famiglia di musicisti, quanto questo ha influenzato la sua scelta?
«È stata da subito una mia scelta. Prima del quarto anno delle elementari sono sempre stato il primo della classe e la mamma avrebbe preferito per me un'altra strada. Ma ho scelto la musica perché era capace di darmi una soddisfazione speciale».

Un'esperienza professionale indimenticabile
«Certamente il primo concerto in Sala Verdi a Milano il 16 ottobre del 2013. Fu il mio debutto, un recital e un'esperienza indimenticabili. Una sala da 2000 posti che mi fece un po' paura. Ma dopo un iniziale tremore mi sentii davvero a mio agio nonostante quella montagna di gente».

Il più giovane diplomato all'Accademia Internazionale di Imola, come mai la scelta di studiare in Italia?
«Prima di arrivare in Italia ho studiato alla Juilliard School di New York ma nel 2009, a Pechino, incontrai Enrica Ciccarelli. Venivo a studiare con lei e Mormone già dai tempi di New York, una volta ogni 2 o 3 mesi. New York è certamente una città fantastica ma solo in Italia ho sentito le sensazioni che mi hanno poi indotto a sceglierla. Sento nell'aria ciò che hanno lasciato i grandi artisti del passato, in questa terra si respira davvero il peso della storia».

Riferimenti tra i grandi pianisti del passato
«Non tanto pianisti ma direttori come Wilhelm Furtwängler o Carlos Kleiber. Loro sono stati per me fonte di grande ispirazione».

A cena con un grande compositore della storia della musica: chi sarebbe e cosa gli domanderebbe?
«Credo che sarebbe Richard Wagner. Ho studiato per sette anni direzione d'orchestra e con Beethoven è certamente tra i miei compositori preferiti. Andare a cena con il secondo sarebbe impossibile immagino, per via del suo carattere - sorride - ma a Wagner chiederei i segreti dello scrivere opera e poesia».

La ricetta per emergere oggi?
«Per emergere, ma soprattutto per non essere meteore. Penso occorra studiare tanto e avere una spiccata personalità, merce rara. Insomma non emulare ma interpretare, esprimendo ciò che viene da dentro. Sono aspetti che maturano anche grazie alla cultura respirata. Ho avuto la fortuna di vivere tra i 5000 dischi del papà e le due stanze colme di libri della mamma. Leggere tanto mi ha insegnato a non accontentarmi di vivere una sola vita, la mia. Sarebbe troppo noioso, e ogni libro ha una vita dentro».