Sébastian Jacot tra flauto e smartphone

Suonare, per lui, è il più bel mestiere del mondo, non a caso ha già all'attivo riconoscimenti prestigiosi che lo hanno portato a diventare primo flauto dell’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia. Il 17 è a Torino ospite di Lingotto giovani





di Luisa Sclocchis

Se mai potesse capitarvi di dubitare dell'utilità dei Concorsi internazionali, lui, dopo aver vinto ben tre Primi Premi, saprà come fugare ogni vostra incertezza. Sébastian Jacot, flautista svizzero, classe 1987, aria solare e sicura, vanta già all'attivo le vittorie del Kobe International Flute Competition del 2013, del Carl Nielsen International Flute Competition del 2014 e dell'ARD International Music Competition Munich, e ci racconta quanto si sia trattato di occasioni di crescita sia professionale che umana. Sarà ospite della stagione Lingotto giovani nella Sala Cinquecento a Torino, in Duo con il pianista Lucas Buclin, il 17 gennaio. Allievo al Conservatoire Supérieur de Musique de Genève del celebre flautista Jacques Zoon, collabora con orchestre come la Chamber Orchestra of Europe, l'Orchestra Mozart invitato da Claudio Abbado, la Munich Chamber Orchestra, ed è attualmente 1st Principal Flute della Gewandhaus Orchester di Lipsia. Suona un flauto Haynes costruito nel 1999.

Quando e perché la scelta del flauto?
«Quando avevo sei anni mia madre portò me, mia sorella e mio fratello più piccoli ad una scuola di musica a Ginevra dove vivevamo e viviamo tuttora. Mio fratello piccolo sapeva già di voler suonare il violino. Mia sorella voleva suonare l'arpa ma era ancora troppo piccola e decise per il violoncello. E, sebbene mi piacesse il sassofono che avevo visto in un circo, sapevo di essere troppo giovane per iniziare a suonarlo e chiesi qualcosa di facile. Poi naturalmente cambiai con il flauto qualche anno dopo. Infine iniziai con il sassofono 10 anni dopo e finii velocemente in sei anni con un diploma. Il sassofono è veramente uno strumento semplice (sorride)».

Nel 2015 il Primo Premio dell'Internationaler Musikwettbewerb ARD di Monaco: su questa esperienza?
«
Partecipare all'ARD o ad altre competizioni simili come Kobe o Nielsen o Geneva International Competition è stato un passo importante nella mia vita. Non perché ho vinto il Primo Premio in tre di essi ma perché ho dovuto prepararli. Sono sempre stato molto attivo e impegnato con la musica o altre cose come lo sport e la famiglia e non ho mai avuto molto tempo per studiare, per pianificare e, peggio ancora, per seguire il piano. Così per questi tre concorsi, sebbene sapessi come tutti gli altri di avere circa tre mesi, ho finito per iniziare a prepararmi una o due settimane prima. Ovviamente, imparare e memorizzare ore di musica richiede molto più tempo di questo, specialmente se ogni pezzo è nuovo. Non ho mai partecipato a questi concorsi per vincere. Ho certamente pensato al momento dell'iscrizione che sarebbe stato bello vincerli ma anche anche in quel momento, quando ho scelto i pezzi per ogni turno, ho sempre optato per pezzi mai suonati prima o almeno non per molto tempo. In questo modo, se anche non avessi vinto, avrei almeno imparato qualcosa di nuovo e utile. Suonare pezzi che già conosci molto bene non è molto interessante, tantomeno se non passi al turno successivo. Non ci sarebbe nessuna sfida, nessuna difficoltà e niente da imparare... I concorsi sono stati momenti dolorosi, estenuanti e snervanti. Ma poi ho scoperto cosa possono la mente e il corpo umani spinti al loro limite!! Ho imparato a usarli meglio! Non dormire per una settimana ed essere in grado di stare sul palco a suonare. Memorizzare un concerto in una notte o leggere a prima vista un brano moderno ed eseguirlo... Queste sono cose che non si potrebbero imporre a se stessi e non si scoprirebbero mai senza l'occasione di un concorso, o forse qualcuno le fa ma loro non sono umani (sorride). Il concorso da cui ho imparato di più è stato il Geneva Competition. Non passai la seconda prova. Sono stato l'unico stupido a suonare nove pezzi differenti nella seconda prova quando solo tre stili differenti erano richiesti. Era troppo duro per me memorizzarli tutti in poche settimane e mantenermi in buona forma. Così li memorizzai ma non suonai più. Ho realizzato dopo quali fossero i miei limiti ma decisi di metterli alla prova ancora un anno dopo all'ARD».

Come è cambiata la sua vita dopo questo importante risultato?
«Non ho avuto più tempo per me prima del concorso e ancora meno dopo. Le cose cambiarono di più dopo il primo concorso a Kobe e dopo il Nielsen. Dopo la vittoria a Kobe pensai: “Whoa, in realtà non sono male”. Dopo il Nielsen: “Kobe non è stato solo fortuna o un errore, le persone sono davvero convinte che ciò che faccio sia convincente...”. E l'ARD fu la riprova che il risultato del Geneva fu un mio errore».

Un concerto per flauto che ama particolarmente? E perché?
«Carl Philipp Emanuel Bach, il concerto in re minore. La prima ragione è che si tratta del concerto che ho imparato a memoria in una notte a Kobe e suonato la mattina dopo per vincere la finale. E perché è solo divertimento puro, bel rock and roll, gioia profonda e felice nostalgia... Lui fu un compositore folle e in qualche modo sento la sua musica in modo molto naturale. A differenza della musica di suo padre su cui devo lavorare molto molto di più...»

Caratteristiche per essere un buon flautista?
«Dimenticare di suonare il flauto e pensare a se stessi come musicisti...credetemi, funziona meglio (sorride)».

Riferimenti tra i grandi del passato?
«Il primo cd che ho ascoltato conteneva i Concerti di Vivaldi eseguiti da Aurèle Nicolet... Fu allora che realizzai quanto suonare il flauto potesse essere stupendo e quale potesse essere un suono che mi piaceva».

Come descriverebbe il rapporto con il suo strumento?
«Entrambi i miei flauti sono unici e ci sono ovviamente legato...altrimenti sarebbero solo oggetti costosi che utilizzo per fare musica».

Sul futuro della musica classica?
«Mi auguro che riusciremo a indurre le nuove generazioni ad essere educate alla musica quanto lo sono agli smartphone. O almeno come lo sono in Germania, dove essere un musicista è un mestiere attuale e rispettato. Se potessimo fare questo la musica classica avrebbe una possibilità di sopravvivere».

Sogni e speranze?
«Proprio ora vorrei solo trovare tempo per dormire e vedere un po' di più la mia famiglia; ma altrimenti vorrei solo continuare a fare quel che sto facendo perché è il miglior lavoro del mondo!».