La versatilità di Chantal Balestri

Pianista, solista e camerista, ma anche insegnante e organizzatrice, in Italia e all’estero, l’abbiamo intervistata anche sui suoi studi alla New York University





di Alessandro Tommasi

La giovane pianista toscana Chantal Balestri rappresenta una personalità sfaccettata nel panorama musicale italiano e non solo. Solista, camerista, insegnante e organizzatrice, collabora con numerose realtà internazionali e ha da ormai oltre un anno intrapreso un percorso di studi presso la New York University. Quest’intervista è dunque l’occasione per indagare il suo percorso come artista e le sue impressioni sull’America e il suo ambiente lavorativo e culturale.

Chantal, hai avuto esperienze con molti docenti prima del tuo arrivo in America. Come pensi abbiano influito questi tuoi frequenti cambiamenti rispetto all’avere un percorso continuativo con uno o più docenti?
«È stato allo stesso tempo il grande vantaggio e il grande svantaggio del mio percorso di studi. All’inizio sono riuscita ad avere un’esperienza continuativa con il mio primo insegnante e poi in Conservatorio, ma ho cercato anche altre realtà e per caso sono venuta a conoscenza di Konstantin Bogino con cui ho studiato oltre otto anni. Se dovessi identificare un docente che mi ha davvero formata direi lui. Tutti i miei altri docenti sono riusciti ad incastrarsi bene e allo stesso tempo mi hanno dato tanti spunti diversi, quindi ancora ragazzina ero obbligata a ragionare un po’ di più per cercare un sunto di ciò che mi dicevano. Mi sono dovuta aprire e confrontare con tanti altri pianisti, docenti e studenti, senza mai illudermi, tuttavia allo stesso tempo avrei voluto anche avere una guida più forte. Ogni tanto mi sono sentita un poco disorientata e confusa. Non saprei come sarei ora se avessi seguito un percorso diverso, sicuramente non ho mai avuto un docente che mi abbia spinto tantissimo a fare concorsi e concerti. Un insegnante unico di riferimento magari mi avrebbe stimolato di più, ma per contro questo mi ha abituato a cavarmela da sola. Alla fine sono contenta: È stato un percorso un po’ frastagliato che però si sta incanalando in una direzione chiara. Ora per me è il momento di dire basta e solidificarmi, sono qui a New York e ci voglio rimanere».

Parlando proprio di New York, ci sei arrivata a ventitré anni per frequentare il tuo secondo master con Jeffrey Swann presso la New York University. Perché l’America e perché l’Università di New York?
«È stata una serie di coincidenze, fra cui il trovarmi ad una masterclass estiva in cui il docente è stato sostituito dal mio attuale insegnante, Swann, che mi consigliò di iscrivermi alla New York University: io nemmeno sapevo che ci fosse un Music Department! Oltre al docente, con cui mi trovo benissimo, ho scelto la NYU anche perché assieme ad una borsa di studio mi ha offerto una posizione lavorativa e ora insegno lì come docente aggiunto per i non professionisti. Non ho mai avuto un grande sogno americano, devo ammetterlo, ma ho scelto di provarci perché New York è una grandissima città con enormi possibilità, non solo in ambito musicale. Ero convinta che mi avrebbe stimolato e così è stato! Sono venuta a conoscenza di mille realtà diverse e non so quanto conti da un punto di vista musicale, ma dal punto di vista della mia crescita personale e culturale è fantastico!
Rispetto all’Italia poi le differenze sono molte, innanzitutto ho notato che qui le cose vanno meglio da un punto di vista strettamente organizzativo. Puoi fare qualsiasi cosa tramite internet e la disponibilità è totale. Se scrivo una mail al mio advisor, il capo dipartimento, cinque minuti dopo mi risponde, su ogni problema. C’è un rapporto veramente alla pari tra studenti e docenti, specie alla NYU, mentre spesso in Italia c’è una sorta di gerarchia. Qui se hai un’idea valida e dimostri di saper fare il tuo lavoro ti danno credito e non ti intralciano, cosa non sempre facile dall’altra parte. Per fortuna vi sono realtà con queste priorità anche in Italia, come il festival estivo a Lucca “Virtuoso & Belcanto” con il quale collaboro come Promoter. Come professore poi devi essere molto più rispettoso degli studenti: se dici qualcosa che sia anche minimamente offensivo, rischi veramente di essere licenziato. Insomma, dal punto di vista lavorativo mi sono trovata benissimo, meno invece su quello umano. Ho notato una certa tendenza al pensare unicamente alla carriera, la gente è molto concentrata su di sé ed è difficile costruire rapporti. I ritmi qui sono folli ed è un po’ stancante: devi essere sempre connesso, bisogna sempre rispondere subito, essere sempre pronti. Bisogna assolutamente imparare a organizzare il proprio tempo e non esiste che per quattro o cinque ore di fila si studi. Nel momento dello studio bisogna lavorare davvero, ma non è così male in un certo senso, ti obbliga a mantenere la concentrazione. E ogni volta che ti prendi una pausa, controlli le mail!».

Hai solo ventiquattro anni, ma sei già docente in un’università: come ti trovi? Com’è stato il primo impatto?
«Avevo già insegnato pianoforte in una scuola media in Italia, la differenza è stata il passare da bambini ad adulti, persone della mia età o addirittura più grandi di me: e ho scoperto che è più o meno la stessa cosa! (ride) Adoro insegnare e mi dà un sacco di soddisfazioni. Non mi sono mai sentita in soggezione con allievi più grandi di me. Il clima è quello che ti ho descritto, c’è un rapporto alla pari e di rispetto. Mi sono sentita un pochino a disagio solo quando mi è capitata in classe un’attrice che aveva collaborato con Johnny Depp! Come allievi appunto ho un po’ di tutto, tengo un corso di pianoforte per studenti di altre facoltà nell’ateneo, quindi arrivano persone che iniziano da zero e altri che ha fatto il conservatorio ma che ora stanno facendo altro. In più insegno anche “keyboard skills”, lezioni di classe che vanno a sostituire sostanzialmente il pianoforte complementare dei nostri conservatori. Insegno ad altri strumentisti scale, progressioni, a leggere a prima vista, a imparare ad armonizzare al pianoforte e così via. In genere danno per scontato che chi viene abbia già un minimo di esperienza al pianoforte e reputano più utile imparare la teoria. C’è anche un corso simile per i pianisti, ma a livelli ben più complessi. Insegno pianoforte anche alla Scuola d’Italia, l’unica scuola italo-americana a New York, anche quella una splendida realtà».

Come concertista invece che strada stai scegliendo? Quali sono gli obiettivi futuri e come hai intenzione di presentarti come artista?
«Sono versatile! Amo suonare da solista, ma adoro la musica da camera. Mi piace il repertorio dal classico al contemporaneo e ho partecipato anche a festival prettamente contemporanei. Mi tengo sempre aperta ai repertori. A dicembre dovrò suonare un brano scritto appositamente per me da un compositore e poi parteciperò ad un progetto di un’associazione newyorkese che vuole riscoprire un compositore russo, Drozdoff, quindi devo studiare dei suoi brani. La realtà di New York è molto ampia e dunque cerco di cogliere ogni possibilità, una di queste è stata l’aver suonato il Secondo di Liszt con l’orchestra dell’università. Un proposito per il futuro è cercare connessioni e crearmi qui in America un ambiente, senza assolutamente rompere i rapporti con l’Italia e l’Europa in generale, dove ancora ho contatti lavorativi sia come performer che organizzatrice. Il primo anno per uno studente straniero, purtroppo, non si possono accettare proposte al di fuori del campus, quindi è ora che sto iniziando il secondo anno il momento veramente di darmi da fare. Dovrà uscire prossimamente un CD per la Sheva Collection e ho un sacco di idee, che spero di poter realizzare presto. Un compositore che mi sta molto a cuore è Liszt. Come approccio ai brani sono puntigliosa nella lettura della partitura: questo è un aspetto necessario per me, visto che per evitare di essere influenzata cerco di non ascoltare troppe incisioni prima di studiare un brano. Rinunciando a questo però credo sia più facile che la mia esecuzione sia il risultato di una lettura personale e non di una tradizione esecutiva».