La necessità di essere cantautore

Autore e docente, Edoardo De Angelis pubblica un nuovo disco (“Il cantautore necessario”) dove presenta a modo suo alcuni brani della tradizione della canzone italiana





di Riccardo Santangelo

Nella storia della musica d’autore italiana Edoardo De Angelis sicuramente un posto di rilievo se l’è costruito attraverso collaborazioni importanti con Riccardo Cocciante, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Mina, Amedeo Minghi, Schola Cantorum (solo per citarne alcuni), e la scrittura nel 1970, insieme al suo amico Stelio, della ballata romana Lella (entrata a far parte del  patrimonio della musica popolare italiana), figlia di una tradizione di black ballad che nulla ha da invidiare a quelle anglossassoni.
Romano, classe 1945, ha attraversato, dai primi anni ’70 fino a oggi, tutte le fasi di evoluzione della canzone italiana. Come molti altri cantautori della scuola romana ha iniziato la sua carriera passando dal Folkstudio per poi approdare ai grandi palcoscenici, pur rimanendo, rispetto ad alcuni suoi colleghi, un po’ più nell’ombra, per portare avanti la “missione” di formazione nelle Università e in altri luoghi, attraverso seminari e laboratori concernenti la storia della canzone d’autore italiana.

In questi giorni De Angelis ha pubblicato un nuovo disco, in cui rilegge insieme a Michele Ascolese (e con la direzione artistica di Francesco De Gregori) alcuni brani della canzone d’autore italiana. In Il cantautore necessario accanto a pezzi famosi come La canzone dell’amore perduto (De Andrè), Io che amo solo te (Endrigo), Porta Romana (Simonetta – Gaber), Se Stasera Sono Qui (Mogol –Tenco), troviamo brani meno “sentiti”, come Cosa portavi bella ragazza (Jannacci), Io e te Maria (Ciampi – Marchetti), Il mare, il cielo, un uomo (Paoli). Abbiamo intervistato Edoardo De Angelis per capire la genesi di queste scelte e il lavoro dietro questo suo nuovo lavoro.

Dodici canzoni della storia del cantautorato italiano: come è avvenuta la scelta dei brani da includere?
«È avvenuta con il cuore. Alcune canzoni (De André, Endrigo, Lauzi) erano imprescindibili; altre sono arrivate dalle riunioni conviviali di produzione con il produttore artistico Francesco De Gregori (Jannacci, Gaber), altre ancora, come quella di Paoli, direttamente dal consiglio prezioso di Michele Ascolese, il mio compagno in questo viaggio».

Molto particolare è stata la scelta di brani poco noti di alcuni autori (per esempio Jannacci, Lauzi e Paoli), ci puoi spiegare le ragioni?
«La casa nel parco è nel mio repertorio da moltissimi anni, in un concerto, D’Autore, dedicato appunto alla nostra grande canzone d’autore. Per quanto riguarda Jannacci, non era facile scegliere, non sono canzoni semplici da interpretare, e alla fine ho seguito il consiglio di De Gregori. Il mare, il cielo, un uomo, di Paoli, invece me l’ha suggerita Michele Ascolese, che l’aveva suonata molte volte, e se n’era affezionato. Una scelta felice, direi…».

Insieme ai pezzi dei cantautori avete inserito brani strumentali, è stata una scelta che aveva uno scopo specifico?
«Sì, certo. Nella mia intenzione l’album doveva appartenere in modo uguale a me e a Michele Ascolese, perché nella realtà dei fatti è un album a “quattro mani”. Così ho pregato io Michele di pensare ad alcune idee musicali che potessero precedere i brani, per caratterizzare maggiormente la sua presenza. Ne sono arrivate sei, tutte di alta qualità. Addirittura, su una di queste, quella che precede la canzone di Paoli, De Gregori ha voluto incidere la sua armonica, conferendole così un notevole valore aggiunto».

Quali brani avreste voluto inserire nel disco e quali autori avreste voluto includere?
«Domanda difficile… ci sono moltissime canzoni che avrei amato inserire… ad esempio, di De Gregori mi sarebbe piaciuto cantare Il canto delle sirene, che però avrebbe richiesto un tipo di arrangiamento molto ritmico, con basso e batteria, fuori dallo schema desiderato. Poi ho provato Pezzi di vetro ma non mi veniva bene… allora, con Francesco, abbiamo scelto Santa Lucia, altra canzone splendida. Rimangono fuori autori a cui sono molto legato, come ad esempio Battiato, o Graziani, o Bertoli, e altri da avvicinare con calma, come ad esempio Paolo Conte. E i “giovani”: Silvestri, Bersani, Fabi…».

Che rapporto si è creato in fase di registrazione e produzione tra te, Ascolese e De Gregori?
«Incantevole. Michele non è solo un musicista straordinario, ma anche un uomo “elevato”, di grande umanità, discrezione, attenzione, sensibilità. Un piacere condividere con lui qualunque cosa. Sono stato un po’ imbarazzato al momento di costruire il concerto, il “live”… io non sono un chitarrista professionista, ed ero in forte soggezione, sempre in attesa di una bacchettata sulle mani, che per fortuna non è ancora arrivata… Con Francesco condividiamo un’amicizia forte dai primi anni ’70, al tempo dei suoi primi album, dei quali sono stato produttore artistico … un favore adesso ricambiato!».

La funzione del cantautore in questo ultimo decennio è cambiata molto da quella che fu nel trentennio 70-90, come pensi possa evolversi e se dovrà cercare nuove strutture in futuro?
«Bella domanda! I cantautori, in generale, hanno sempre cercato, più o meno consapevolmente, di raccontarci la nostra vita (sentimentale, sociale, politica…) filtrata dalle loro rispettive sensibilità.
Negli anni ’70 c’era un fervore di idee, e di ideologie da seguire, alle quali ispirarsi, per vivere e per vivere insieme agli altri. Da allora a oggi… ideologie e idee sembrano perdute, sembra che i modi di comunicare abbiano preso il posto dei contenuti. Esistono mille modi di mandare messaggi… ma il contenuto dei messaggi? Esistono isole di luce, come Musicultura, che continuano a lavorare su nuovi coraggiosi autori; esistono alcuni ragazzi “interessanti”, ma è molto difficile riuscire a segnalarli, a farli crescere, a farli conoscere».

Per molto tempo la canzone d'autore è stato lo specchio della società, tu che per mestiere incontri i giovani, questa sua caratteristica è ancora presente?
«È ancora presente nelle canzoni di alcuni giovani autori che non si rassegnano alle parate televisive tipo “X Factor” o simili. È molto difficile trovare per loro spazi di visibilità, a parte forse YouTube, però super affollato, con difficoltà di cernita, di identificazione. Produttori, case discografiche… non esistono quasi più. Spesso mi capita di dare qualche consiglio, qualche suggerimento, per aiutare alcuni ragazzi davvero meritevoli. Ma ti rigiro la domanda: secondo te, la nostra attuale società, guardandosi allo specchio, che cosa proverebbe? Entusiasmo o paura? Felicità o sconcerto?».

Progetti futuri?
«Molti, come sempre. Per prima cosa un tour di concerti con Ascolese per presentare e promuovere il disco. Abbiamo iniziato lo scorso 18 novembre all’Auditorium Parco della Musica, a Roma, e saremo poi in altre città. Poi proseguire il mio lavoro di “formazione”, nelle Università e in altri luoghi, con i miei seminari e laboratori sulla storia della canzone d’autore italiana. Nel frattempo coltivo progetti importanti, a medio e lungo termine, nella città di Palermo, che considero ormai affettivamente la mia “seconda casa“. Da ultimo, sto iniziando a pensare a un album di inediti: ho già qualche canzone nel cassetto… che non mi dispiace affatto…».