In media stat virtus: la filosofia di Antonino Fiumara

Il giovane pianista siciliano suonerà domani pomeriggio, a Milano, per la stagione “Talenti al Tempio”





di Biagio Scuderi 

È giovane ma le idee sono di già molto chiare. Antonino Fiumara, classe 1993, promessa del pianoforte, si divide tra Italia e Asustria portando avanti, al contempo, studio e attività concertistica. A Vienna si dedica al repertorio russo (e non solo) con Lilya Zilberstein; a Fiesole studia il repertorio cameristico con il Quartetto Werther, sotto l’egida del Trio di Parma. E diversi sono i concorsi in cui si è affermato: ricordiamo almeno il Premio Venezia nel 2012 e il Pemio Abbado nel 2015. Domani pomeriggio suonerà a Milano per la Stagione di Concerti “Talenti al Tempio” organizzata da Mimma Guastoni, raffinata intenditrice che continua a dare un prezioso contributo tanto agli artisti quanto al pubblico. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa di lui, della sua quotidianità divisa tra studio e palcoscenico, e di presentarci il concerto di domani (chi meglio di lui) che prevede in scaletta pagine di Schumann e Prokof’ev. 

 

Da alcuni anni continuano ad arrivare riconoscimenti importanti per il suo talento musicale, basti pensare al Premio Abbado nel 2015. Se l’aspettava? Ritiene di aver dimostrato quali sono le sue capacità o ci sono ancora delle qualità da esprimere?

«La vittoria del Premio Abbado è stata da me fortemente cercata. A parte il Premio Venezia nel 2012 in cui mi posizionai terzo, non avevo mai partecipato a una manifestazione importante come questo concorso. Mi sono misurato, a seguito di una procedura selettiva, con pianisti validissimi che avevano già ottenuto riconoscimenti internazionali e forse proprio per questo motivo ho preparato questa competizione molto seriamente, studiando diverse ore al giorno. Inoltre, come tutti i grandi giurati sostengono, ciò che fa la differenza a un concorso oltre alla qualità dell’esecuzione è il programma che si sceglie. Suonai la Sesta di Prokof’ev, ed evidentemente piacque molto. Aver vinto il Premio Abbado è stato un importante risultato ma credo di avere moltissimo da imparare ancora, musicalmente parlando, e mi sento di attraversare adesso quella fase in cui si cambia un po’ il modo di suonare. Sono sempre stato un pianista esuberante e con temperamento, mentre adesso sto mettendo in discussione questa eccessiva vitalità cercando di mitigare con un po’ di razionalità i miei istinti giovanili in favore di interpretazioni ancora più mature. Sono sempre più convinto che la via di mezzo sia sempre la migliore: “in media stat virtus”».

Nonostante la carriera ormai in ascesa continua la sua esperienza di studio, al momento a Vienna con Lilya Zilberstein. Cosa ci dice di questa esperienza?

«Come ho detto prima non si finisce mai di imparare. Lavorare poi con musicisti del calibro di Lilya Zilberstein non è solo un piacere, ma è sempre una grande esperienza. Lei è una vera cultrice del suono e perfezionista nella costruzione dell’architettura del brano. Studiare con lei soprattutto il repertorio russo, poi, è forse il massimo che uno studente possa desiderare. Vienna è il paradiso dei musicisti. Non ho mai trovato una città che mostrasse un rispetto così forte nei confronti della musica. Ogni angolo della città ne è avvolto, gli artisti di strada sono incredibilmente bravi e la maggior parte dei manifesti sono pubblicità di concerti che avranno luogo negli innumerevoli teatri viennesi. L’ambiente universitario è molto vivo, essendo tra l’altro la più grande Università della musica d’Europa, ed è frequentato da ragazzi provenienti da tutto il mondo. Fortunatamente, anche prima di quest’esperienza all’estero sono cresciuto in un ambiente musicale molto vivace (quello del Conservatorio Cherubini di Firenze) che mi ha permesso, grazie soprattutto alla mia insegnante Maria Teresa Carunchio a cui devo moltissimo, di fare importanti esperienze formative e utilissime per la mia futura carriera».

All’attività come solista lei abbina quella di camerista. Quali sono le differenze nell’approccio al repertorio? L’esperienza con il Quartetto Werther?

«Credo fortemente che essere un camerista non sia una diminutio per un pianista. Tutt’altro! È molto più difficile suonare con altri musicisti che da soli: in un gruppo da camera ognuno è solista ma nel contempo è parte di un insieme e credo inoltre che la formazione del quartetto con pianoforte sia la più “cameristica” fra tutte. Un pianista ha moltissimo da imparare dai suoi colleghi non pianisti perché, in fin dei conti, il pianoforte è strumento che imita: il legato degli archi, il fraseggio di un cantante o il timbro di un fagotto. In poche parole, lavorare con altri strumentisti sviluppa, a mio parere, l’abilità di trattare la parte per pianoforte come fosse una partitura d’orchestra, sviluppando la propria fantasia e il proprio orecchio e aiutando a creare un’apertura mentale necessaria per poter affrontare anche le composizioni musicalmente più ostiche. Ultimamente mi sono dedicato sempre più alla musica da camera e con altri ragazzi molto validi (Misia Sebastianini, violino, Martina Santarone, viola e Simone Chiominto, cello) abbiamo deciso di fondare il quartetto Werther (in omaggio al terzo quartetto di Brahms, appunto apostrofato con questo epiteto): siamo una formazione molto coesa e determinata, e proprio perché siamo molto giovani, siamo fiduciosi che con duro lavoro e con la sapiente guida del Trio di Parma a Fiesole potremo ottenere dei bei traguardi».

Per la stagione concertistica “Talenti al Tempio” eseguirà di Schumann l’Humoreske op. 20 e di Prokof’ev la Sonata n. 6 in la maggiore op. 82. Cosa ci dice di questi brani? Quale sarà la sua interpretazione?

«Solitamente scelgo dei programmi che abbiano un filo logico molto forte, associando spesso Beethoven ad Haydn o Schumann a Brahms, ma per il concerto a Milano ho deciso di eseguire due brani completamente diversi tra loro, come diverse tra loro sono le epoche e gli intenti per i quali sono stati composti. Il primo è per me la quintessenza del Romanticismo e un chiaro manifesto della poetica schumanniana, improntata su una lunaticità musicale che viene espressa con repentini cambi di atmosfera e di umore: non a caso il titolo Humoreske rappresenta una compresenza di umori che è parte integrante dell’animo romantico. Per citare le parole testuali di Schumann indirizzate alla futura moglie: «tutta la settimana sono stato al pianoforte e ho composto, riso e pianto allo stesso tempo. Troverai traccia di tutto ciò nella mia grande Humoreske». Il brano è diviso in 6 parti ognuna delle quali potrebbe essere facilmente associata a una scena di vita reale: il primo brano potrebbe ricordare una «giornata di un meraviglioso mese di maggio in cui i fiori sbocciano»; il secondo una favola per bambini; il terzo ricondurrebbe al disperarsi di un uomo lasciato dalla propria amata mentre «ascolta quella melodia che una volta risuonava dalla voce di lei». Ebbene ho citato volutamente i titoli di due Lieder di Schumann tratti dall’op.48, i “Dichterliebe”, proprio perché ho riscontrato parecchie analogie tra le due composizione e credo che si possa in un certo qual modo pensare a Humoreske come un vero e proprio ciclo di Lieder. La Sesta Sonata di Prokof’ev è assieme all’Ottava  la più imponente e complessa. È la prima (e forse l’unica a esserlo davvero) sonata da guerra, scritta nel 1940 in pieno secondo conflitto mondiale. La sonata è volutamente di stampo neoclassico, tant’è che la divisione in quattro tempi di cui il primo Allegro in Forma Sonata, il secondo un Intermezzo, il terzo un tempo lento e un quarto in forma di rondò, ne fanno una composizione di ispirazione fortemente settecentesca con chiari riferimenti (soprattutto nel secondo movimento) ad Haydn, compositore che Prokof’ev amava moltissimo. Tuttavia l’utilizzo di glissandi, cluster, accordi “con il pugno”, suoni onomatopeici, armonie non perfettamente tonali ne fanno una composizione inequivocabilmente novecentesca. Il senso di instabilità pervade tutta la Sonata, specchio della società dilaniata dalla guerra. L’atmosfera è sempre cupa tetra, ed è impossibile trovare attimi davvero  sereni e distesi. Neanche il terzo movimento, momento nostalgico della Sonata, in do maggiore ma perennemente contornato da dissonanze, riesce a vincere quel  sottofondo costante di inquietudine e di irrequietezza che si riassume semplicemente nel senso del disagio».