Il suono vivo di Janine

Intervistata a Roma, la violinista olandese ci trasmette tutta la sua gioia verso la musica e la sua interpretazione





di Alessandro Tommasi

L’occasione di intervistare la violinista olandese Janine Jansen occorre durante il penultimo giorno delle sue prove con Antonio Pappano e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma, per i concerti che vedevano impegnata la solista nella Serenata sopra il Simposio di Platone di Leonard Bernstein. Il primo concerto, giovedì 15 dicembre, è stato un successo sia per la splendida Serenata, che per il resto del programma, che prevedeva Miroir e La Valse di Ravel e la Settima Sinfonia di Sibelius.

Hai un repertorio che spazia dal Barocco ai contemporanei, con una scelta vasta affrontata spesso con grande personalità. Fra la scelta di uno stile interpretativo più filologico, spesso predominante al giorno d’oggi, hai scelto di presentare spesso la tua visione. Perché?
«È interessante che tu la veda così! Quando si studia, si pensa e si fa musica, penso accada un mix di cose. Sicuramente cerco ciò che c’è nella parte, ciò che il compositore intendeva, cerco di essere aderente ad articolazioni, intenzioni e quant’altro, ma penso sia completamente impossibile starne fuori. È musica, sono emozioni, ogni volta che suoni devi portare alla vita un pezzo per il pubblico. Certo, dipende anche da ciò che si suona, con la musica barocca o classica è decisamente molto diverso rispetto a Brahms, Rachmaninov, Čaikovskij, dove questo filo emozionale è più diretto, ma anche in quel caso non riesco a essere distante. Non posso essere appassionata e viscerale nei classici, ma non è un problema perché è la musica stessa che me lo chiede. Se è vero che è impossibile tenersi distanti da ciò che si suona, questo dev’essere però comunque di supporto al senso e all’idea del compositore. Vedi, è una domanda interessante, perché è molto complicato dare una definizione precisa, stabilire l’equilibrio tra interpretazione e intenzione del compositore. Questo riguarda ovviamente anche il mio suono e la mia tecnica. Ad esempio la questione della spalla alta! Ancora giovane sono stata spesso criticata per il mio tenere spesso al spalla alta, ma, come per tutte le questioni tecniche, l’importante è che non influenzi negativamente il suono. A me anzi spesso aiuta, in musica si tratta spesso di tensione e rilassamento. Se la tensione sale e cerco quel determinato suono, allora mi aiuta. Ma, al solito, se invece diventa solo una cosa di abitudine, che ti blocca, è negativa e va modificata. Cerco di esserne consapevole e di controllarla per seguire la musica. Seguire il senso musicale è importantissimo, passo molto tempo a riflettere su arcate, gesti musicali, idee e qualche volta cambio completamente un brano perché ne ho una percezione diversa, è successo anche con Bernstein!».
 


Parliamo dunque della Serenata di Bernstein. Il brano non è dei più frequentati del repertorio, come sei arrivata a conoscerlo, quali sono le tue idee in merito e quali difficoltà ti ha presentato?
«Amo questo brano! L’ho suonato per molti anni, ormai sono circa sedici anni da quando l’ho eseguito la prima volta, e ora sono passati quasi sette anni dall’ultima volta. La prima volta mi venne richiesto di suonarlo dal direttore d’orchestra, ma poi studiandolo me ne innamorai. Anche perché, pur avendo molto del suono di Bernstein che tutti conoscono, soprattutto nell’ultimo movimento, quando si ascolta il movimento lento, ci si rende conto di quanto magnificamente sia scritto, con quei colori, è così novecentesco, così diverso. Desidererei davvero tanto aver potuto conoscere di persona Bernstein. Certo tutti sappiamo benissimo chi era e conosciamo la sua storia, ma che magnifico, complicato, appassionato musicista che è stato! E così libero! Adoro ascoltare le sue registrazioni, osservare il suo sguardo, c’è tantissimo da imparare. Violinisticamente non è decisamente la più facile delle parti! (ride) Ogni tanto penso abbia voluto essere un po’ cattivo mettendo alcuni momenti così belli e poi subito qualche passaggio imbarazzantemente scomodo. A volte diventa quasi frustrante cercare strade per rendere il suono libero, dimentico delle problematicità tecniche, libero dalla materia. Ha decisamente delle sfide, ma quando funziona è veramente soddisfacente e divertente sia da suonare sia da ascoltare».

Questo è solo uno dei brani che porti in tournée quest’anno. Sia in musica da camera sia per i concerti, spesso ti dedichi a brani meno popolari, affiancandoli anche nei tuoi CD a brani celebri, ma hai anche un repertorio che ti viene più frequentemente richiesto. Vista la tua intensa attività concertistica, come fai a suonarlo così spesso senza mai stancarti?
«Penso che sia perché, per me, se amo il brano – e ho veramente occasione di suonare dei concerti fantastici! – non me ne stanco mai, non mi stanco mai di darci cure e attenzioni, né di studiarlo. Anzi spesso ho la percezione che più uno studia, più uno dovrebbe studiare e lavorare sempre più i pezzi. Poi ovviamente è importante anche organizzarsi bene i piani: suonare per diversi mesi solo Mendelssohn, oppure solo Brahms può diventare un po’ pesante. Sul palco non ci si stanca mai, però studiare continuamente sempre la stessa composizione, quello è stancante. Anzi, penso sia importante non concentrarsi troppo su un singolo pezzo perché c’è spesso il rischio incastrarsi sui dettagli, su cui magari non dovresti bloccarti. Mentre è ottimo affrontare altri brani e altri compositori e poi tornare su quelli che si sono studiati prima con uno sguardo nuovo. Certo, mi è capitato in passato di avere dei programmi veramente folli, suonando costantemente concerti sempre diversi, ma ora cerco di farci più attenzione. Perché, all’opposto, è fantastico suonare così tanta musica, ma ho comunque bisogno di immergermi nel brano ogni volta, anche se l’ho studiato ed eseguito moltissime volte. Ho bisogno di riaffrontarlo e ripensarlo sempre, perché penso che il suono debba essere qualcosa di flessibile e vivo. Deve cambiare e adattarsi e al contempo essere parte di una struttura più grande. È come usare la propria voce, come cantare! Potrei dire che cerco di cantare il mio suono, dentro di me, ora questo vibrato, ora questo colore. Non è una cosa pensata a volte, ma solo una percezione, e questo ovviamente va studiato ogni volta. Poi da un concerto all’altro capita che cambi: magari non l’idea generale, però piccoli dettagli, suoni, idee. Una composizione dev’essere viva, in movimento, non può mai essere bloccata. L’idea di un brano dev’essere chiara, ma va vissuta nel momento e a volte il momento necessita di un suono diverso, l’acustica cambia, il concerto cambia, tutto può influenzare».

Come arrivi dunque alla scelta del repertorio, sia solistico che cameristico? E, similmente, come scegli i musicisti con cui collabori e con cui continui a collaborare?
«In generale, sento quasi subito se c’è quello scatto oppure no. Per esempio con Tony [Pappano, nda], con Gergiev, Harding e diversi altri. Quando mi capita l’occasione di fare concerti con loro è sempre un’emozione fantastica. Il che non significa che non voglia suonare con altri musicisti, ma purtroppo quando uno pianifica una stagione bisogna fare anche delle scelte, non si può fare tutto! Ho bisogno delle persone con cui so già che c’è quell’intesa, quel collegamento, però non solo, voglio anche nuovi stimoli, nuove idee. Per esempio adesso sto suonando con Alexander [Gavrylyuk, nda] e sono praticamente i primi recital facciamo insieme, perché di solito suono con Itamar [Golan, nda], però è bello anche espandersi, allargare il gruppo. Certo, è molto diverso suonare con gli amici, con le persone con cui si fa musica da molto. C’è un rispetto, una confidenza, sai che puoi dire determinate cose, non si perde tempo a conoscersi, ci sono aspetti di cui non bisogna nemmeno parlare e questo permette di andare anche più a fondo nei brani. Lo percepisco immediatamente.
Sul discorso repertorio, invece, è semplice: ascolto brani e li voglio suonare! Ce ne sono tantissimi sulla mia lista. Per esempio, ho suonato il Concerto di Berg per la prima volta solo lo scorso mese. E lo risuonerò di nuovo a gennaio con il Concertgebouw e Daniele Gatti: non vedo davvero l’ora! O ancora, non ho mai suonato il Secondo di Bartòk, voglio risuonare il Concerto di Michele von der Aa, che mi è stato dedicato e molto altro. È uno delle cose belle dell’avere una relazione con un’orchestra, come con l’Accademia: poter proporre brani e spaziare con il repertorio!».