La musica è di tutti: Michele dall’Ongaro





di Rossella Spinosa

È stato un piacere e un onore incontrare il Maestro Michele dall’Ongaro in occasione del concerto del 4 maggio scorso al Museo del 900, per la presentazione milanese del suo melologo “Gilda, mia Gilda (per non dire Rigoletto)” su testo di Vittorio Sermonti. Un pubblico d’eccezione – con la presenza di compositori, musicisti, musicologi – ha accolto il lavoro del Maestro con grande entusiasmo, omaggiandolo, alla fine della intensa esecuzione, di un lungo e sincero applauso di pieno apprezzamento. Ho, quindi, avuto modo, a seguito dell’evento, di scambiare piacevolmente alcune considerazioni con lui e porgli diverse domande che, credo, possano essere di interesse per i nostri lettori.

Maestro, questa sera abbiamo ascoltato Gilda, mia Gilda (per non dire Rigoletto): può spiegare ai nostri lettori l’origine dell’opera?

«Riraccontare Verdi ha costituito un ciclo di grande impegno, ideato diversi anni fa dal compositore e direttore artistico, Giorgio Battistelli, con ben 14 compositori italiani, di generazioni e poetiche diverse, invitati a realizzare appunto 14 partiture, provando a confrontarsi in modo nuovo, personale e indipendente, con la drammaturgia verdiana. Il testo di Vittorio Sermonti è stato per me una miniera di idee e stimoli; ho lavorato circa sei mesi su questo melologo, in stretta collaborazione con Vittorio naturalmente, tenendo presente la “sua” idea di narrazione: quasi un nonno pronto a narrare, a suo modo, la storia di Rigoletto… l’ironia, la spregiudicatezza, la rivisitazione personale della vicenda e la maniera di porgerla agli ascoltatori richiedevano da parte mia, compositivamente, grande attenzione, equilibrio nella gestione degli stessi materiali originali verdiani, capacità di amalgama col testo, in un indissolubile legame in grado di eliminare le ritrosie e i dubbi possibili della forma melologo».

Da quel che abbiamo appena ascoltato, l’obiettivo è stato perfettamente raggiunto. Lei vanta alcune collaborazioni storiche tra cui quelle con Luciano Berio, Vittorio Sermonti (appunto), Claudio Abbado, Luca Ronconi, Stefano Benni, Alessandro Baricco… vuole condividere coi nostri lettori quali tra queste sinergie hanno avuto per lei un particolare significante e hanno lasciato un segno di specifico rilievo?

«Direi che gli incontri e la collaborazione con Luciano Berio e Claudio Abbado meritano sicuramente una posizione speciale. E sa perché? Per una ragione che ha accomunato ambedue le personalità giganti di cui parliamo, ovvero la ricerca continua della qualità. Se dovessi evidenziare la valenza speciale del nostro incontro, direi che l’insegnamento più grande che ho ricevuto dalla loro amicizia nei miei confronti è stato proprio quello di imparare che la qualità debba essere sempre al di sopra di tutto, senza se e senza ma. La loro specialità credo sia stata proprio quella di vivere e avvertire questa esigenza non come una imposizione etica e/o morale, ma come un naturale istinto: è questo aspetto che distingue – a mio avviso – l’atteggiamento dall’essenza dell’essere che in loro due è stata ineludibile”

Lei è riconosciuto autore di saggi (giusto per citarne alcuni, ricordiamo “La musica per suono e silenzio” o anche “La musica liquida del XXI secolo”); nel 1986 l’analisi delle opere di Puccini e  poi la raccolta di saggi analitici dedicati all’opera di Anton Webern: saremmo lieti di comprendere le scelte compiute e le ragioni sottese.

«Le scelte son dettate sempre dalla passione, ma al contempo – con pari energia e forza – dalla tendenza a contrastare la medesima passione. Ora mi spiego… Ai tempi in cui studiavo con Aldo Clementi ho avuto modo di confrontarmi con lui su un importante aspetto (per Clementi, didattico, per me dirimente poi di scelte future), ovvero la necessità/utilità/virtù di scegliere di non seguire unicamente le proprie inclinazioni naturali, ma spingere verso nuovi orizzonti sempre, scoprendo i propri limiti di conoscenza e di apprendimento e superandoli, innalzando la soglia della consapevolezza. Ho imparato così ad affrontare temi, modalità di lavoro, prassi compositive che – ad un primo impatto – potevano apparirmi ostili, ma che con un lavoro profondo e serio, si sono per me rivelati fonti di nuovi stimoli e scintille vibranti di curiosità. Sulla base di questo principio compio, ancora oggi, le mie scelte di approfondimento: è una garanzia di ampliamento sempre del proprio bagaglio esistenziale di conoscenza».

Lei è riconosciuto all’unanimità per l’encomiabile attività divulgativa che porta avanti da anni; quale è stata la ragione per cui ha avviato questa azione importante?

«Rispondo in modo diretto con un’affermazione semplice e trasparente: La musica è di tutti. Credo realmente che a ciascuno debba essere consentito l’accesso a questo senso di bellezza e lavorare per condividere quanto si ha modo di vivere, apprendere, sentire, respirando giornalmente la musica – come è per noi musicisti – non può non essere poi posto in com-partecipazione con gli altri».