Intervista ad Alessandro Solbiati

In occasione del Festival 5 Giornate a Milano, in cui è stato eseguito un suo Trio per archi, abbiamo incontrato il compositore per conoscere i suoi progetti futuri





di Rossella Spinosa

In occasione del recente Festival 5 Giornate a Milano, vi è stata l’occasione di ascoltare la prima esecuzione italiana del Trio per archi n. 2 di Alessandro Solbiati e di incontrare personalmente l’autore, scambiando alcune idee sulla sua importante attività compositiva. Ho avuto, quindi, modo di porgli alcune domande, in particolare in riferimento ai prossimi progetti che lo vedono impegnato in questo momento.

«In questo momento sto lavorando con grande passione a un progetto ampio e ambizioso: un concerto per quattro percussionisti e orchestra sinfonica che si intitolerà “E vidi quattro stelle" e che sarà eseguito quattro volte in quattro giorni consecutivi nel mese di luglio in sedi francesi del tutto prestigiose come il Castello di Richelieu, la Cattedrale di Orleans, il Castello di Amboise, l'Hotel de Ville di Tours. Devo spiegare i motivi peri quali considero questo lavoro qualcosa di molto emozionante ed importante per me, anche al di là del brano stesso. Quattro anni fa ho accettato un po' pazzamente di inaugurare una classe di composizione al Conservatoire "F.Poulenc" di Tours, complice un personaggio straordinario come Anne Aubert, docente di écriture e direttrice artistica della più importante stagione musicale di Tours, l'Atelier de la Touraine. Si deve tener presente che la situazione francese delle classi di composizione è totalmente diversa da quella italiana: da noi vi sono molte, devo dire troppe classi di composizione in ogni Conservatorio, mentre in Francia storicamente le classi di composizione erano in tutto cinque fina a pochi anni fa, tre a Parigi e due a Lyon. Ora se ne sono aperte altre sette/otto, anche non in Conservatori superiori, ma l'apertura di una classe di composizione resta comunque un evento. Detto questo, a Tours mi trovo però in una situazione "di frontiera" compositiva, rispetto alla mia classe di Milano, molti incominciano dal nulla, ma è proprio questo ad affascinarmi: ad esempio in pochi anni un giovane allievo, Mael Bailly, ha composto in modo tale da essere stato ammesso anche al grande CNSM di Parigi e da essere eseguito anche in Italia, dal Divertimento Ensemble. Essere a Tours mi ha inserito in un vero tessuto musicale, ad esempio sono compositore in residenza al Conservatoire, e molti allievi studiano e portano agli esami i miei brani. In quella città, ogni anno, del tutto al di fuori del Conservatoire, si forma su selezione internazionale un'orchestra giovanile, la Orchestre Jeunes Centre (Centre è il nome della regione francese in cui si trova Tours), di grande livello, che sotto la guida di un direttore importante prepara un programma in quindici giorni e lo esegue poi in varie sedi francesi. Quest'anno, per la prima volta, si sono rivolti anche alla musica contemporanea e mi hanno commissionato questo brano. Poiché a Tours vi è una splendida classe di percussioni, che ha prodotto notevoli solisti, mi hanno chiesto questo insolito organico. E io sono particolarmente felice di avvalermi di quattro solisti giovani ed entusiasti! Ho sempre adorato le percussioni, sorta di "suono originario" della musica, e la mia idea è stata quella di collocare nei quattro punti cardinali attorno all'orchestra un solista con il suo set di percussioni e di comporre un vero e proprio concerto in quattro movimenti, movimenti che siano però qualcosa di più di un semplice brano musicale in sé concluso, divenendo una sorta di regione spirituale basata su un "colore", su un elemento: "terra" il primo, scuro movimento, in cui userò solo pelli (timpani, grancassa, toms etc.), "aria" il secondo, con piatti sospesi, tam tam, gong etc., "fuoco" il terzo, con legni penetranti e ironici come la marimba, lo xilofono, i woodblocks etc., e "acqua", il luogo della generazione e della nascita, il quarto, con vibrafono, campane, Glockenspiel, crotali etc. Ovviamente l'intera orchestra avvolgerà e darà corpo al mood di ogni movimento».

Alessandro Solbiati è un compositore che ha scritto e scrive moltissimo e una domanda che sorge spontanea è quale delle sue opere consideri particolarmente rappresentativa nel proprio percorso compositivo. 

«Se devo indicarne una e una soltanto, penso che sceglierei la mia opera "Leggenda", attorno alla Leggenda del Grande Inquisitore dai "Fratelli Karamazov" di Dostoevskij. Il connubio tra testo di partenza di straordinaria importanza e peso espressivo, arco narrativo "forte", libretto che io stesso ho fabbricato cercando di sintetizzare al massimo la parola, vasto utilizzo del coro e dell'orchestra, oltre che dei solisti, rendono tale opera il pezzo del mio cuore, anche perché mi ha permesso di esprimere davvero una sorta di mia Weltanschauung. E tra l'altro al Regio di Torino, realizzazione musicale (sotto la guida magistrale di Gianandrea Noseda) e visione scenica (di Stefano Poda) costituirono nel 2011 una avventura meravigliosa sotto ogni punto di vista. Ma vorrei citare anche l'ultima mia opera, molto più astratta scenicamente, "Il suono giallo", messa in scena al Teatro Comunale di Bologna nel giugno 2015 sotto la splendida direzione di Marco Angius, opera che parte dall'omonima composizione scenica di Kandinskij e propone un punto di vista ben più visionario del teatro musicale: Kandinskij non propone una trama, ma solo presenze sceniche ed eventi da interpretare. A questa opera è stato attribuito il Premio Abbiati come miglior prima assoluta in Italia nel 2015, riconoscimento per me davvero lusinghiero».

La poliedricità di Solbiati si evidenzia, altresì, in una importante attività divulgativa radiofonica e televisiva che porta avanti da diverso tempo; la valenza che assegna a questo tipo di attività è particolarmente interessante per una Rubrica come la nostra. Gli abbiamo chiesto di parlarcene e di spiegarci il suo personale approccio.

«Assegno a questa attività di divulgazione un valore grandissimo. Immergersi in un brano che si ama, trovarne una chiave di lettura che possa essere comunicata a un pubblico non necessariamente musicista (anzi, io auspico che la media degli ascoltatori non sia composta da musicisti), trovare il modo di "far passare" questa chiave di lettura in ventotto minuti, tutto ciò costituisce un'esperienza straordinaria che, egoisticamente, mi costringe a indagare partiture magari mai studiate a fondo (a volte anche perché troppo amate per aver voglia di approfondirne la partitura), leggerle e rileggerle, sintetizzarne il valore e imparare a proporlo. In quattro anni ho realizzato più di cento puntate: sono ben felice di sapere che il pubblico le apprezza, ma forse… chi sta imparando di più sono io! Ad esempio anche a non parlarsi addosso, ad essere sempre estremamente autocritico e a dire solo ciò che può essere utile».

Docente al Conservatorio di Milano, punto di riferimento della produzione musicale contemporanea milanese e internazionale, mi confronto con lui anche in merito a una sua valutazione del mondo musicale contemporaneo, chiedendogli di esprimere un parere-confronto proprio tra la realtà milanese e le altre realtà italiane che ben conosce al di fuori.

«Vi è un incredibile, sorprendente divario tra il livello di passione e di competenza artigianale che si ritrova spesso nel mondo della cosiddetta "musica colta contemporanea" in Italia e la deludente assenza di interesse che nutre verso questo campo così fondamentale per il proseguimento del pensiero artistico e musicale dell'Occidente il mondo del potere e della politica. Milano è certo la capitale della musica contemporanea italiana, l'unica città davvero europea in questo campo, dotata di Festival come "Milano Musica", di Stagioni di Ensemble come il Divertimento Ensemble, Sentieri Selvaggi, New Made Ensemble etc. Ognuno di questi ha saputo dare un taglio preciso alla propria attività, cercando di offrire al pubblico qualcosa di più di un semplice concerto, costruendo attività di divulgazione, concorsi, seminari… Tutto ciò avviene malgrado lo scarsissimo contributo finanziario del settore pubblico, e ciò è scandaloso. Non vi è dubbio alcuno sul fatto che l'Italia in genere e Milano in particolare siano in grado di far crescere un numero straordinario di interpreti e di compositori. Il fatto che molti di essi decidano di emigrare non va visto come una sconfitta, anzi bisogna essere orgogliosi del fatto che tali giovani musicisti siano ovunque molto ben accolti: significa che sono ben preparati. La musica colta contemporanea prodotta da compositori italiani è certo tra le migliori, se non la migliore, d'Europa, perché guarda in modo aperto al futuro, ma tieni solide radici nelle acquisizioni del passato. Sarebbe davvero il caso che il potere si accorgesse di più dello straordinario scrigno artistico e culturale di cui dispongono il nostro paese e in particolare la nostra città.  Malgrado queste difficoltà, o forse "a causa" di queste difficoltà, la passione è tale che sempre e comunque si propone una musica di notevole livello e ben eseguita. Dobbiamo andare avanti!”»