SYLPHIDARIUM

La produzione frutto della collaborazione tra MITo Settembre Musica e Torino Danza con la musica di Francesco Antonioni





di Rossella Spinosa

Il 10 dicembre scorso ho avuto modo di assistere, presso il Teatro Comunale di Ferrara, a un collettivo fuori dal comune che mi ha realmente colpita: SYLPHIDARIUM. Una produzione speciale – a mio avviso – per la qualità dello spettacolo, in ogni suo elemento costitutivo, per la ricchezza coreografica, per l’innovatività del linguaggio prescelto, perfettamente calato nella contemporaneità anche più quotidiana ma mai banale, per la presenza dell’elemento musicale funzionalmente scenico e fortemente coinvolgente. Per questo ho chiesto al compositore, Francesco Antonioni, di rispondere ad alcune domande relative a questa produzione che – qualora abbiate occasione di vedere – vi consiglio vivamente di non perdere.

Quando è nato il progetto e quali son stati i tempi di allestimento?

«Il progetto è nato dalla collaborazione fra due importanti festival: MiTo Settembre Musica ha commissionato la musica, Torino Danza ha commissionato la coreografia. Il successo che Sylphidarium ha riscontrato alla prima rappresentazione, lo scorso settembre a Torino e poi in tutte le repliche finora realizzate, è secondo me un esempio positivo di creatività organizzativa, oltre che artistica. Il progetto si è poi sviluppato attraverso una serie di attività in residenza, a partire dall’inverno del 2016, in cui la compagnia CollettivO CineticO ha potuto lavorare con la coreografa Francesca Pennini e ha sviluppato in assoluta libertà le idee coreografiche a fianco della musica».

Quali son state le modalità di lavoro compositivo da te prescelte e le tecniche di interazione del tuo lavoro con il corpo di ballo? Ma, ancora di più, son curiosa di conoscere il tipo di coinvolgimento e di ricerca musicale che hai affrontato e gli effetti per te come compositore.

«Il lavoro del compositore è spesso un lavoro solitario. La solitudine, talvolta l’isolamento, sono necessari per concepire delle idee personali e l’identità sonora del lavoro. Quando il compositore ha realizzato il suo testo, lo affida agli interpreti, e a volte si finisce lì. Con la danza, invece, questo è solo l’inizio. Mi è accaduto altre volte di vedere delle coreografie realizzate sulla mia musica, da Giorgio Rossi, Susanna Beltrami, Francesco Ventriglia, e nell’ autunno di quest’anno da Simone Sandroni, in Germania. Si è trattato sempre di interpretazioni coreografiche brillanti, basate su musica preesistente. Ma nel caso di Sylphidarium la scrittura coreografica e la scrittura musicale sono andate avanti di pari passo, e il risultato finale è stato molto diverso da quello che sia io che Francesca Pennini avevamo immaginato all’inizio. Non sarebbe stato possibile lavorare così se non avessimo avuto degli interpreti di solidissima professionalità e grande flessibilità, come gli otto danzatori della compagnia e i due musicisti, Marlène Prodigo al violino e Flavio Tanzi alla batteria, capaci di comprendere ed interpretare la partitura con totale immedesimazione. Io sono convinto che un artista debba avere prima di tutto una grande capacità di ascolto, oltre alla padronanza tecnica. Non è sufficiente concentrarsi sugli aspetti linguistici della propria disciplina, non lo è mai stato, contrariamente a quanto ho spesso sentito dire. Oggi, come nel passato, è necessario il confronto aperto con il resto della comunità con cui si vuol condividere il proprio pensiero artistico. Per comunità intendo sia il pubblico, riferimento imprescindibile perché esige chiarezza e coerenza, sia gli interpreti, i musicisti innanzi tutto, che devono trasformare le note in musica e, nel caso della danza, i ballerini, che reagiscono alla musica trasformandola in movimento. Quando il confronto creativo è reciproco e si basa sulla reciproca fiducia, che solo la padronanza tecnica può garantire, il risultato finale non è la somma ma una funzione esponenziale che mette in gioco le esperienze più diverse».

Prova a spiegare anche a chi ancora non ha avuto modo di ascoltare/vedere questo spettacolo, la tua scelta strumentale e il richiamo chopiniano che presenti anche nelle note di spettacolo.

«Sylphidarium nasce come realizzazione attuale, post-moderna del mito romantico della silfide, creatura d’aria, che già aveva stimolato alla fine dell’800 la fantasia di Diaghilev, il famoso impresario dei Balletti Russi, per Les Sylphides, e prima ancora quella del coreografo Filippo Taglioni, che nel 1832 aveva realizzato La Sylphide, il primo balletto interamente sulle punte in tutù bianco (ballet blanc), per la figlia, Maria Taglioni. Mentre la musica composta da Jean Schneitzhöffer per La Sylphide seguiva la trama scritta nel libretto, quella de Les Sylphides era costituita da orchestrazioni di brani di Chopin, senza un progetto narrativo. Chopin è stato dunque il punto di partenza per la composizione della musica, ma invece dell’orchestra sinfonica avevo a disposizione l’intero arsenale elettronico, e per avere la possibilità di eseguire le musiche agilmente dal vivo, potevo usare solo due esecutori (preferisco sempre pensare di scrivere per le persone, non per degli strumenti). La musica è stata dunque composta per un violino classico, capace di rendere anche se amplificato il suono ottocentesco alla Paganini, a rappresentare il legame sonoro con l’800, e un percussionista - batterista, capace di leggere musica estremamente complessa e di restituirne allo stesso tempo le sonorità più vicine al mondo della musica leggera, per rappresentare la terra, la forza di gravità contro la quale lottano i danzatori sulle punte e alla quale è immune la silfide. Con Marlène Prodigo e Flavio Tanzi ho trovato interpreti magnifici. Ci sono anche delle suggestioni sonore provenienti dal mondo della natura, poiché secondo la classificazione scientifica, la silfide è un insetto necroforo e molte sonorità elaborate elettronicamente provengono dal mondo degli insetti notturni (visto che molte scene de La Sylphide si svolgono di notte, nel bosco). Infine durante il lavoro è emersa la volontà di strutturare le scene coreografiche come delle immaginarie sfilate di moda, con ingressi frontali dei danzatori, verso il pubblico, scanditi da musiche post-punk. Ma soprattutto, ero e sono consapevole che ogni forma di linguaggio privato, in qualsiasi forma d’arte, è irrilevante per il pubblico. Può essere interessante per i conoscitori, ma solo in un secondo momento, non certo alla prima fruizione dell’opera. Con questo principio sempre presente, mi sono imbarcato in un viaggio musicale del quale avevo presente le tappe, ma non il percorso da fare per unirle, che invece doveva essere convincente, senza nascondersi dietro onnipresenti citazioni. Conoscevo i porti, mancava il mare. Ho impiegato molto tempo ad inventarlo, poi bisognava tracciare una rotta comoda, che permettesse anche di godere il viaggio. Spero di aver reso il tragitto affascinante».

A parer mio, operazione pienamente riuscita, Francesco!