Intervista a Karl Jenkins

Nell’ambito del Festival CONTEMPORANEA di Arco, l’esecuzione di “The Armed Man: a mass for peace” di Karl Jenkins





di Rossella Spinosa

La rassegna di musica nuova CONTEMPORANEA è nata nel 2011 a Rovereto per dare spazio a correnti musicali originatesi a partire dalla seconda metà del Novecento nonchè a compositori contemporanei impegnati nel rinnovare la scrittura musicale, in particolare mediante contaminazioni di genere. Il progetto 2016 ha previsto uno studio monografico della musica di Karl Jenkins, compositore nato in Galles, simbolo di un’esperienza musicale poliedrica, impegnato nel codificare un proprio linguaggio attraverso generi molto differenti, come jazz, jazz rock, rock progressivo e new age. Jenkins ha al suo attivo numerose partiture musicali per organici orchestrali imponenti e proprio a quest’ultimo gruppo di lavori appartiene The Armed Man: a mass for peace, per orchestra e coro, lavoro scelto per il concerto principale dell’edizione 2016.

Il programma ha previsto, infatti, un concerto con la presenza del maestro Jenkins lo scorso 14 agosto, al castello di Arco, preceduto da alcuni eventi propedeutici, dedicati sia ad approfondimenti sull’attività del compositore, sia alla contestualizzazione storica del lavoro eseguito nel concerto principale (ossia le messe per gli armati di tradizione medievale).
Questa è stata l’occasione per porre alcune domande al compositore, sia di carattere strettamente musicale, sia afferenti le valutazioni più intrinseche che hanno sollecitato l’elaborazione di The Armed Man.

L'opera The Armed Man: a Mass for peace è dedicata alle vittime del conflitto in Kossovo: può spiegarci il momento dell'ideazione e le scelte compositive perseguite nell'opera?
«L’opera The Armed Man mi è stata commissionata dal Royal Armouries Museum per la celebrazione del Millennio e venne eseguita nel 2000. È dedicata alle vittime della guerra in Kosovo e ha un suo implicito valore ben augurale di pace. Nella composizione musicale mi sono ispirato alle musiche liturgiche della cristianità che si intrecciano con sonorità capaci di abbracciare tutta la musica e che si adattassero ai testi e alle varie sensazioni che si voleva suscitare. Infatti l’opera inizia con il richiamo a “L’homme armè” e quindi ad un canto di guerra che poi si trasforma in un canto di preghiera, per poi passare dai toni cupi e militareschi a melodie liturgiche di preghiera, sino ad una sorta di catarsi melodica capace di richiamare il sublime. Una sorta di viaggio sonoro che dal cupo della guerra elevi l’uomo passando attraverso tutto il dolore che la guerra porta con sé, ad una musica celestiale di armonia e pace in una sorta appunto di rito catartico. Non c’è stato un vero progetto di scrittura musicale, ma oserei dire che le musiche sono scaturite d’istinto e hanno preso forma senza un rigido pensiero alla base ma sull’onda di un desiderio di comunicare con il pubblico e l’ascoltatore e di trasmettere un’emozione. Questo ritengo sia il compito di chi fa musica: emozionare e comunicare. In The Armed Man ho affidato alla musica la mia condanna ad ogni forma di guerra, al dolore e tragicità che essa comporta, per elevare infine lo spirito umano ad un progetto di armonia e pace».

Nel libretto di The Armed Man: a Mass for peace si alternano citazioni di poeti inglesi come Tennyson e Kipling, ma anche testi sacri della cristianità, una lirica di Togi Sankichi sul disastro nucleare di Hiroshima, e una citazione dell’indiano Mahabharatà oltre alla chiamata alla preghiera dei musulmani. Come è avvenuta la scelta delle citazioni? quale legame specifico tra le stesse?
«La scelta letteraria è stata di Guy Wilson (allora direttore del Royal Armouries Museum). Il mio compito è stato soltanto quello di rendere nel modo migliore in musica il significato degli stessi, di accompagnarli nel miglior modo possibile, di creare un’onda vibrazionale che toccasse le corde del pubblico. Ritengo che la scelta sia avvenuta in funzione di quel messaggio universale che tutti i testi scelti condividono, ovvero un desiderio di pace e di fiducia in un mondo migliore».

Crede che la musica possa ricoprire un ruolo di valenza “sociale” oggi e, in un certo qual modo, “Illuminante”?
«Penso che la musica possa avere una forte valenza nell’affinare le sensibilità e le menti, ma in un rapporto che rimane comunque individuale. Purtroppo temo, quindi, che la effettiva valenza sociale della stessa resti comunque limitata».

Come è stata la Sua esperienza con l'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e con l'Ensemble Vocale Continuum?
«È stata ottima. Quando ho incontrato l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e l’Ensemble Vocale Continuum, di cui peraltro conoscevo l’ottima reputazione, non ho potuto che constatare che tanta fama era meritata. Le prove del concerto sono state eccellenti per il lavoro fatto dal Maestro Concertatore Luigi Azzolini con i due organici. Ho solo migliorato alcune intenzioni e dato qualche ultimo ritocco, ma non posso che essere soddisfatto e felice di questa esperienza peraltro in un contesto di grande suggestione come il Castello di Arco».