“Cool Memories” per fisarmonica

Intervista al compositore-interprete Claudio Jacomucci, artista di primo piano dello sviluppo della fisarmonica nell’ambito della musica nuova





di Rossella Spinosa

Claudio Jacomucci, fisarmonicista di rilievo per il mondo della musica nuova, si distingue per l’intensa attività di sviluppo di tecniche innovative legate al suo strumento e per l’inserimento di esso in diversi scenari artistici sino a quel momento rimasti estranei. Si diploma al Conservatoire Nationale de Grenoble nel 1992 con la menzione "Médaille d'Or à l'unanimité", perfezionandosi poi con Jean Luc Manca, Vladimir Zubitsky e Mogens Ellegaard; presenta in prima esecuzione brani di compositori prestigiosi, come Luciano Berio, Franco Donatoni, György Kurtág, Luis De Pablo e molti altri, risultando dedicatario altresì di numerosi lavori. Son stata lieta di ricevere qualche tempo fa il suo cd, dal titolo Cool Memories e ho immaginato potesse essere davvero interessante per i lettori e appassionati di musica nuova il contenuto e il percorso di questa produzione discografica che vede Jacomucci non solo in qualità di performer, ma di compositore d’eccellenza per il proprio strumento.

Come nasce l'idea di questo cd, Claudio?
«Cool Memories racchiude le mie esperienze compositive e i brani realizzati negli ultimi dieci anni (2005-2015). Il titolo è ispirato all’omonimo libro del sociologo, filosofo e fotografo francese Jean Baudrillard. Così come gli scritti di Baudrillard rivelano un’intensa potenza immaginativa, Cool Memories è profondamente radicato nella memoria acustica, sviluppa e traspone micro-eventi in un immaginario amplificato, a partire da semplici indizi (un suono, un'immagine, un colore, un odore, un frammento di storia) ricreando trame misteriose e suggestive».

Che tipo di percorso compositivo hai affrontato in questa tua produzione monografica?
«È stata la collaborazione con i compositori negli anni ’90 a suscitare in me l'interesse “compositivo”. Sicuramente lavorare con Berio, Donatoni, Kurtág, De Pablo è stato illuminante ma il rapporto più diretto e amichevole con compositori meno noti mi ha portato non solo a ricercare e organizzare organicamente i suoni per le loro composizioni, ma anche e soprattutto a scoprire che quelle idee avevano un carattere e una identità che appartenevano al mio immaginario. Così mi sono cimentato in queste composizioni, molte delle quali sono il frutto dal lavoro e di una ricerca in parallelo con la coreografa Kathleen Delaney. Mi interessa molto infatti la composizione “sincretica”, l’interazione con altre forme d'arte: danza, musica elettroacustica, poesia, immagini e video. Mi interessa il movimento del suono nello spazio, piuttosto che l’elaborazione digitale del suono e la composizione elettroacustica in sé. Utilizzo suoni pre-registrati e strumenti dal vivo, che spesso si trovano in diversi punti dello spazio esecutivo, creando uno spazio acustico profondo, un disorientamento e un ampio movimento del suono. Questi suoni sono quasi sempre concreti (insetti, legno, pietre, acqua e vari materiali), registrati e filtrati in modo tale da diventare quasi irriconoscibili. Il supporto elettroacustico è usato anche come uno specchio per moltiplicare gli strumenti dal vivo. In queste composizioni l’uso di strutture ripetitive e modulari è molto ricorrente, amo l'ascolto contemplativo».

Quanto è importante per te l'idiomatismo strumentale nella creazione musicale per lo strumento?
«Fondamentale, direi. Tutte le idee compositive nascono da un’intima conoscenza dello strumento e dalla sensibilità verso le sue particolarità sonore e potenzialità espressive. Queste idee non sono solo combinazioni di frequenze, articolazioni ritmiche e dinamiche, sono già in partenza degli organismi dai chiari connotati che determinano e influenzano le scelte compositive. Quello di “cercare” i suoni non è atto inventivo ma piuttosto un processo di ascolto e memorizzazione che viene dalla pratica giornaliera, dalla trascrizione, dall’improvvisazione, dallo studio dei linguaggi musicali tradizionali (in particolare la musica strumentale ebraica, la musica brasiliana, sarda, la musica classica indiana Carnatica). Credo che sia naturale e inevitabile per un compositore-interprete elaborare creativamente il suono del proprio mezzo espressivo».

Quali altri compositori contemporanei credi siano stati in grado di dare risalto alle potenzialità espressive del tuo strumento? e in che modo ci son riusciti?
«Sono diversi i compositori, soprattutto tra i giovani (che non sono di certo legati a pregiudizi storico-culturali nei riguardi della fisarmonica e che invece conoscono molto bene la letteratura originale degli ultimi 30 anni) che hanno scritto molto bene per lo strumento rivelando aspetti sorprendenti. Sofia Gubaidulina è stata forse la prima compositrice a coniugare ricerca e poetica fin dagli anni ’70. È riuscita a individuare un’identità profonda e allo stesso tempo moderna nel suono di questo strumento. Ovviamente un lavoro meticoloso e attento insieme agli interpreti ha reso possibile questa simbiosi. Ma è solo quando la cooperazione tra compositore ed interprete avviene a un livello musicale e compositivo (e non solo tecnico) che si raggiungono dei risultati interessanti. Purtroppo non sono molti i compositori disposti a condividere e a mettere in discussione le proprie scelte così come non sono molti gli interpreti dal pensiero creativo. Alcuni compositori, di cui ho particolarmente apprezzato il lavoro sulla fisarmonica: Uros Rojko, Woicech Blecharz, Toshio Hosokawa, Jukka Tiensuu, Gabriele Manca, Veli Kujala, Attli Ingolfsson, Igor Santos, Martin Lohse».

Nella tua produzione compositiva hai un riferimento ideale?
«
Mi interessa il processo compositivo come forma di sviluppo del sé. L’atto creativo non è un gioco intellettuale, è strettamente legato alla propria consapevolezza psico-fisica, quindi al tempo e allo spazio. Non è possibile dare respiro alle musica se si vive in apnea, strozzati dallo stress e dalle proprie abitudini. Non si può essere liberi dai cliché se il nostro pensiero è pieno di pregiudizi ed idee preconcette. Forse l’unico riferimento ideale è questo: cercare di vivere ed esprimere la propria creatività in un contesto in cui l’individuo è la materia e la scrittura è solo la documentazione finale».